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STORIA E CULTURA DEL TIBET
L’origine
della storia tibetana si confonde nel mito e nella leggenda. Secondo la
tradizione tramandata oralmente, il popolo tibetano discende da
Avalokiteshvara (Cenresig in tibetano), un essere illuminato la cui qualità
principale è la compassione, e dalla dea Tara, che nella tradizione
buddista rappresenta l’attività illuminata di tutti i Buddha.
Avalokiteshvara si manifestò come uno scimmione disceso dal cielo e si unì,
nella valle di Yarlung, con la dea Tara che era risalita dalle viscere
della terra assumendo in quell’occasione l’aspetto di un’orchessa.
Da loro discese la stirpe dei tibetani, un popolo originariamente rozzo e
selvaggio costituito da tante tribù e senza un sovrano. Nell’anno 127
a.C. il re indiano Rupati, sconfitto in una della furiose battaglie
descritte nel poema epico indiano, la Mahabarata, fuggì dall’India
rifugiandosi nella valle di Yarlung. I tibetani lo considerarono un essere
divino e lo proclamarono re; lo chiamarono Nyatri Tsenpo e la sua
discendenza governò il Tibet per quaranta generazioni. La
dinastia che ebbe inizio nella valle di Yarlung, prescindendo da quali
siano state le sue esatte origini, formò un vasto regno arrivando a
confrontarsi e conquistando vasti territori ai danni dei regni dell’Asia
centrale e dell’impero cinese. L’indole di questo popolo era
decisamente selvaggia, mancava di cultura scritta e prediligeva tra ogni
valore la forza e l’indomabilità in guerra. Erano combattenti
temutissimi, chiamati dai cinesi “musi rossi” perché per rendere più
tremendo il loro aspetto usavano colorarsi il volto con della terra rossa.
La loro strategia militare era semplice, attaccavano a ondate: finché
l’ultimo loro uomo della prima linea non era morto la seconda linea
aspettava, e così via. Nelle tribù tibetane di quei tempi era
considerato un disonore diventare vecchi, poiché era visto come un segno
di codardia, e quando moriva un re venivano seppelliti con lui le sue
donne e tutti gli amici più
cari. La
religione diffusa nel territorio era il Bön che si basava sulla
convinzione di una stretta interdipendenza tra l’uomo e la natura. Parte
della cultura Bön, sebbene profondamente trasformata dal contatto
successivo col buddismo, è ancora presente fra i tibetani. La
tradizione orale tramanda che verso il IV secolo cadde dal cielo uno
scrigno prezioso contenente dei testi buddisti, un piccolo stupa
(reliquiario) e il mantra Om Mani Padme Hum. Il sovrano Lhathothori
sarebbe stato dunque il primo tibetano a venire a contatto con
l’insegnamento buddista; non comprese il senso dei testi, né degli
oggetti, ma si narra che provò una grande devozione verso quelle reliquie. INTRODUZIONE
DEL BUDDISMO IN TIBET La
storia propriamente conosciuta e documentabile del Tibet inizia con il re Songtsen
Gampo, che regnò dal 618 al 649. Egli unì
molte tribù tibetane perennemente in guerra tra loro, accrebbe
ulteriormente le sue conquiste territoriali e la sua potenza militare gli
fece guadagnare matrimoni di alleanza. Oltre alle sue mogli tibetane
Songtsen Gampo infatti sposò due principesse di religione buddista: una
nepalese, la principessa Bhrkuti, e una cinese, la principessa Wengchen,
che ebbero grande influenza su di lui. Il nome Bhrkuti in lingua
nepalese significa “dalle sopracciglia aggrottate”: voleva forse
indicare il disappunto della principessa ad abbandonare la fiorente
vallata di Katmandu per andare in sposa ad un rozzo barbaro. Si dice che
anche l’imperatore cinese fosse assai restio ad imparentarsi con un re
tibetano, ma di fronte alla minaccia di un’invasione si convinse ad
offrire a Songtsen Ganpo una principessa di sangue reale. Nelle saghe e
teatro tibetani ancora oggi si riscontrano storie e leggende che narrano
di come il re tibetano, grazie ad alcuni
stratagemmi, riuscì ad ottenere la mano di Wengchen. Secondo le
cronache tibetane la principessa cinese introdusse nel paese il baco da
seta, il mulino da macina, il vetro, l’alcool di riso, la carta e
l’inchiostro. Le due spose di Songtsen Ganpo sono tuttora venerate come
coloro che per prime introdussero il buddismo in Tibet e per i devoti
tibetani esse furono una manifestazione terrena di Tara verde e Tara
bianca, divinità protettrici del paese. Nella storiografia buddista anche
il sovrano viene ricordato come un grande essere illuminato; ma ai tempi
di Songtsen Ganpo la religione autoctona bönpo aveva
molti convinti seguaci sia tra i nobili che tra il popolo e
l’introduzione del buddismo non fu priva di conflittualità. Nella
storiografia bön infatti i grandi
sovrani tibetani di questo periodo sono presentati con un pessimo volto:
Songtsen Ganpo è ricordato come l’assassino del re Ligmirhya, che era
sovrano di Shang Shung, la patria del Bön nel Tibet occidentale; e
Tritsong Detsen come il persecutore della religione Bön. Tramite
le due regine dal Nepal e dalla Cina vennero portate le prime immagini di
Buddha, tra cui la famosissima statua di Jowo Rimpoce, tuttora custodita e
venerata nel tempio del Jokhang a Lhasa. Il sovrano divenne buddista e
decise di introdurre questa religione in Tibet. Fece costruire diversi
templi a Lhasa e in altri luoghi ed inviò in India il suo consigliere
Thonmi Sambota a studiare la lingua sanscrita. Per desiderio del sovrano
furono codificati l’alfabeto e la grammatica tibetana utilizzando come
modello il sanscrito: nasceva così la lingua tibetana scritta, caso unico
nella storia del mondo di una lingua scritta formulata da eruditi e creata
specificamente per poter trascrivere nella fonetica tibetana i sottili
significati espressi nei grandi trattati di filosofia buddista che erano
conservati dalle grandi università monastiche indiane. In India si
scriveva sulla scorza di betulla o su foglie di palma, ma poiché i
tibetani conoscevano l’arte della fabbricazione della carta, appresa dai
cinesi, pur restando fedeli alla presentazione tradizionale dei testi
racchiusi tra due tavolette di legno, al posto delle foglie adottarono i
fogli di carta. Il sovrano del Tibet fece tradurre i primi testi buddisti
e cominciò la costruzione del Potala a Lhasa; ma le attuali maestose
dimensioni del palazzo risalgono ai lavori di ampliamento eseguiti nel
XVII secolo dal V Dalai Lama. Il
re Tritson Detsen (765 – 804), discendente di Songtsen Ganpo, decise di
dare ulteriore impulso alla diffusione degli insegnamenti buddisti nel
Paese delle Nevi. Invitò i più eminenti maestri indiani dell'epoca (Upadhyaya,
Santaraksita, Vimalamitra, Santigarbha, Dharmakirti, Buddhaguhya,
Kamalashila, Vibuddhasiddha ed altri) per lavorare in collaborazione con i
maestri tibetani nella traduzione dei testi e nella diffusione della
religione. I Pandit (eruditi) dell’India ed i Lotsawa (traduttori)
tibetani trasposero fedelmente i testi sacri dal sanscrito in tibetano e
grazie a questo sforzo le tre suddivisioni principali del Tripitaka, o
Canone buddista (formato da Vinaya, Sutra e Abhidharma), che costituiscono
l'intero corpo degli insegnamenti di Gautama Buddha, iniziarono a divenire
accessibili nella lingua tibetana. In questo periodo nel monastero di
Samye si svolse un celebre dibattito dove venne deciso l’indirizzo
filosofico che avrebbe preso il buddismo tibetano, quando si incontrarono
per un confronto i monaci cinesi rappresentanti del Chan guidati da
Heshang Mahayana e i monaci indiani guidati dal maestro Kamalashila,
discepolo di Santaraksita, rappresentanti della visione Madyamika (la via
di mezzo). La scuola indiana fu quella prescelta, e da quel momento gli
insegnamenti della Madyamika sono diventati la fonte d’ispirazione che
ha plasmato la cultura del Tibet fino ad essere così profondamente
assimilati da diventarne la vera essenza. In
questa fase ebbe un ruolo importante Santarakshita, abate della rinomata
Università monastica indiana di Nalanda, uno dei maestri buddisti più
eruditi, che consigliò al re di invitare dall’India un maestro dalle
doti particolari, molto adatte a convincere i tibetani. Si trattava di un
colto maestro tantrico celebre per le capacità taumaturgiche, gli
eccezionali poteri psichici e rinomato per i suoi esorcismi: Guru
Padmasambhava, il cui nome significa "nato dal loto". Si
racconta infatti che nacque miracolosamente da un fiore di loto sulla
superficie del lago Danakosa in Uddyana, mitica terra di maestri tantrici
e Dakini (le "Danzatrici del cielo”), un luogo che è stato
identificato nell’attuale regione dello Swat in Pakistan. Ma è pressoché
impossibile distinguere il personaggio storico (o i personaggi storici)
dalle innumerevoli leggende che lo circondano. Padmasambhava introdusse il
buddismo tantrico (Vajrayana) in Tibet; venne chiamato Guru Rinpoce
("Maestro prezioso") e la sua effigie è rappresentata in quasi
tutti i monasteri. Padmasambhava
riunì una squadra di traduttori sotto la direzione del suo discepolo
tibetano Pagor Vairocana ed ebbe venticinque discepoli principali, tra cui
lo stesso re Tritson Detsen, che ottennero alte realizzazioni spirituali e
dettero inizio ai “lignaggi di trasmissione” ovvero alla trasmissione
orale diretta maestro-discepolo, caratteristica delle scuole buddiste
Vajrayana. Il
periodo dei re Songtsen Gampo, Tritson Detsen e poi di suo nipote Tri
Ralpa Chen è noto come l'epoca della "Prima diffusione della
Dottrina", o “Periodo d’oro dei sovrani religiosi” di cui il
momento emblematico fu la costruzione del primo monastero tibetano di
Samye (767), che divenne il modello di riferimento per le successive
architetture monastiche. Alla edificazione di Samye sembra abbia
partecipato lo stesso Padmasambhava eseguendo personalmente i riti di
purificazione del sito, con una danza che per i tibetani fu il seme da cui
trae origine la grande tradizione dei Cham, i celebri festival eseguiti
con costumi, maschere e musiche rituali. La
rapida diffusione del buddismo in Tibet trovò delle resistenze
soprattutto da parte della nobiltà e del clero Bön, la religione
preesistente. Il successore di Trisong Detsen, Ralpa Chen (817 – 863),
volle continuare l’opera di diffusione del buddismo iniziata dal padre:
stabilì che le famiglie nobili dovessero occuparsi del mantenimento dei
monaci, fece costruire molti monasteri e proseguì l’opera di traduzione
dei testi indiani. Ralpa
Chen fu fatto uccidere nell’ 863 dal fratello Langdarma che gli
succedette e si oppose alla diffusione degli insegnamenti buddisti. Fu
ristabilito il culto Bön e cominciò una crudele persecuzione che rese
Langdarma sinonimo di tutto ciò che per i tibetani è malvagio.
Soprattutto nel Tibet centrale molti monaci vennero uccisi e i monasteri
distrutti o confiscati. La successione della trasmissione orale diretta
degli insegnamenti (lignaggio) di Padmasambhava fu mantenuta in vita da
alcuni meditatori che, nei loro eremi sperduti tra i monti, praticarono e
trasmisero ai loro discepoli l’insegnamento tantrico e conservarono
scrupolosamente tutti i testi tradotti. Molti adepti si rifugiarono nelle
regioni del Kham e dell'Amdo, altri si recarono in India. Langdarma fu ucciso a Lhasa da un monaco buddista travestito da sacerdote Bön; seguì una guerra civile per la successione al trono che non ebbe un esito preciso ed il Tibet rimase per più di tre secoli privo di un re legittimo che fosse riconosciuto da tutte le famiglie feudali. L’impero si disintegrò in tanti piccoli staterelli autonomi e la cultura tibetana ebbe un periodo oscuro. Il punto focale della cultura buddista tibetana si spostò verso le regioni più occidentali del Tibet, in Ladakh, Zanskar e Spiti. Tra
il IX e l’XI secolo i pochi monasteri sopravvissuti alla persecuzione ed
alle guerre feudali si riorganizzarono e cominciarono anche a sorgerne di
nuovi: iniziò quello che fu il rinascimento del Tibet. Ripresero ad
essere tradotti dal sanscrito diversi testi buddisti conosciuti come i
Nuovi Tantra. I traduttori più noti furono Rinchen Zangpo (958 – 1054),
Drogmi (992 –1074) e Marpa (1012 - 1099). Rinchen Zangpo si recò in
India e tradusse molti testi utilizzati da tutte le scuole che nacquero in
seguito e, nel 1040, invitò in Tibet il maestro indiano Atisha Dipankara
(979 - 1053). Marpa
Chokyi Lödro visitò l’India tre volte, durante i suoi pellegrinaggi
tradusse e commentò numerosi testi tantrici sotto la guida di Naropa e di
Maitripa; da lui ebbe origine la scuola Kagyü. Da
Drogmi Shakya Yeshe (993 –1050), discepolo del Mahasiddha indiano Virupa,
ebbe origine la scuola Sakya poiché il suo discepolo, il principe Köntchok
Gyalpo (1034 – 1102), fonderà il monastero di Sakya che avrà un ruolo
preponderante nella storia del Tibet. Il
grande maestro indiano Atisha può essere considerato il secondo fondatore
del buddismo in Tibet poiché diffuse in modo significativo il buddismo
anche nelle regioni che non erano mai state toccate prima
dall’insegnamento. Il buddismo divenne per la prima volta la religione
di tutto il popolo tibetano. Atisha aveva 60 anni quando arrivò
dall’india a Gughe, la capitale di un grande regno del Tibet
occidentale, nel 1042 e dedicò gli ultimi anni della sua vita alla
propagazione degli insegnamenti in Tibet. Diede nuova vita alla dottrina
trasmettendo la Prajnaparamita, la ‘Via della Perfezione della
Saggezza’ che esprime la visione profonda della vacuità e sottolineò
l’importanza dello studio, della disciplina monastica e della devozione
degli studenti nei confronti dei maestri, tutti concetti che rappresentano
tuttora l’ideale dei praticanti buddisti. Da Atisha (979 – 1053)
nacque la scuola Kadam, fondata dal suo discepolo Domtönpa (1005 –
1064), che fece edificare il monastero di Reting vicino a Lhasa. Nel
periodo in cui gli insegnamenti di Atisha e degli altri maestri indiani e
tibetani venivano organizzati nelle nuove scuole di pensiero del Tibet,
gli invasori mussulmani stavano iniziando le loro scorrerie nell’India
settentrionale che portarono nel corso di due secoli alla distruzione
delle grandi università monastiche, dei monasteri, dei templi e degli
stupa (monumenti votivi) causando una tale devastazione che la cultura
buddista venne di fatto obliterata. Gli insegnamenti del Buddha che erano
stati preservati in India si ritirarono dietro le montagne innevate
dell’Himalaia e i tibetani restarono i soli depositari delle tradizioni
delle antiche scuole indiane e conservarono i testi che erano stati
tradotti con grande zelo e fedeltà. All'inizio
del XIII secolo i mongoli, che in quel periodo conoscevano il loro momento
di splendore storico, intervennero direttamente nella vita tibetana.
L’imperatore Gengis Khan (1155 – 1227), convocò alla sua corte i
rappresentanti di tutte le maggiori religioni e di tutte le diverse
confessioni (confuciani, taoisti, mussulmani, cristiani e buddisti oltre a
maghi e sciamani); pare che egli abbia proclamato vincitori del primo
congresso interreligioso della storia i maestri tibetani e che lui stesso
si convertì al buddismo Vajrayana. Nel 1234, Godan Khan sottomise
militarmente il Tibet, ma Sakya Pandita, capo della scuola Sakyapa, salvò
il paese dalle devastazioni grazie alla sua autorità spirituale. Chogyal
Pakpa (1235-1280), nipote di Sakya Pandita, divenne maestro spirituale di
Kublai Khan che, nel 1253, gli affidò il governo di tre province del
Tibet. I Lama sakyapa governarono il Tibet per
105 anni fino al 1358 quando il potere fu assunto da Jangchub Gyaltsen
della scuola Kagyü, insignito dall’imperatore della Cina del titolo
onorifico di Tai Situ e dal 1369 al 1652 i Karmapa, capi spirituali della
scuola Karma Kagyü, assunsero il potere temporale del Tibet. Con i
Karmapa, di cui la prima incarnazione risale al 1110, compare
l'istituzione tipicamente tibetana della reincarnazione nella scelta del
capo spirituale. Il primo abate del monastero di Tsurphu, Dusum Khyenpa
(1110 –1193), ovvero il primo Karmapa, predisse che dopo la propria
morte sarebbe succeduto a sé stesso rinascendo in un bambino e diede
anche alcune indicazioni sul modo di riconoscerlo. Mongoli
e tibetani fondarono una sorta di patto sacerdotale in base al quale,
mentre i tibetani si prendevano cura del benessere spirituale, i mongoli
garantivano al Tibet la sicurezza temporale. Tuttavia la mancanza di
un’effettiva autorità centrale riconosciuta da tutti era causa di
interminabili conflitti tra le diverse famiglie aristocratiche che spesso
nascondevano i loro interessi dietro questioni dal sapore religioso. Dalla
lontana provincia di Amdo, al confine nord orientale con la Cina, emerse
un uomo di intelletto e forza morale fuori dal comune: Tsong Khapa (1367
– 1419) che trovò nella figura di Atisha il suo ispiratore e dedicò la
sua vita a ristabilire la purezza degli insegnamenti di Buddha: rifondò i
Kadam nella scuola Ghelug o dei “Virtuosi”, destinata a divenire
quella dominante in Tibet. I
Ghelugpa fecero edificare le tre università monastiche di Gaden, Sera e
Drepung sul modello delle distrutte università dell’India dove i monaci
si applicarono con eccellenza agli studi ed alla stretta osservanza dei
voti. Un discepolo di Tzong Khapa, suo nipote Gedun Drub (1391 – 1475),
che passò più di vent’anni in ritiro meditativo, fece costruire il
grande monastero di Tashilhunpo a Shigatze e, prima di morire, lasciò
delle predizioni sulla sua rinascita, iniziando così la lunga linea di
reincarnazioni che porta all’attuale XIV Dalai Lama. Un altro discepolo
di Tzong Khapa, Kedup Djè (1358 – 1438) venne in seguito considerato il
primo Panchen Lama (Grande Saggio Erudito), nei ruoli alterni nascita dopo
nascita di tutore e discepolo del Dalai Lama. La
formula del ritrovamento dei Tulku, cioè dei lama riconosciuti fin da
bambini come reincarnazioni dei maestri appena deceduti, ha dato
un’impronta originale alle istituzioni tibetane. Ai Tulku viene
impartita una speciale istruzione per renderli capaci di ricoprire il
ruolo dei loro predecessori. Ogni monastero, alla morte dei propri
maestri, ne ricercava la reincarnazione che ne continuasse l'attività e
garantisse una stabilità istituzionale; la successione
dei Dalai Lama ne è l'esempio più autorevole. Tra
il XV ed il XVII secolo nelle diverse scuole si svilupparono da un lato
una ricca e profonda esperienza spirituale, ma dall’altro anche
discordie e conflitti tra diverse fazioni in lotta per il potere, in
quanto di fatto il potere temporale dei monasteri legava il successo di
diversi gruppi di aristocratici alla predominanza di una scuola. In modo
particolare la lotta tra le scuole Kagyü e Gelug sfociò a volte in vere
ostilità militari, soprattutto a Lhasa. Durante
il XVI secolo il potere della scuola Ghelug crebbe notevolmente: su invito
di Altan Khan, nel 1578, la terza incarnazione di Gedun Drub, Sonam Gyatzo
(1543 – 1588) consolidò il futuro politico tibetano divenendo maestro
dell’imperatore mongolo e, poiché aveva condotto quel popolo verso il
buddismo, gli fu conferito il titolo di Dalai Lama che in mongolo
significa “Oceano di saggezza”. La scuola Ghelug si assicurò così
l’alleanza dei mongoli, che esercitavano ancora un forte potere politico
in Tibet. Il quarto Dalai Lama si rivelò essere uno dei pronipoti di
Altan Khan; il suo tutore, l’incarnazione di Kedup Djè, fu nominato
Panchen Lama o Grande insegnante, destinato al secondo grado
d’importanza come Maestro spirituale del Tibet; la sua sede fu il
monastero di Tashilhunpo. Nel
1642 l’esercito di Gushri Khan intervenne in Tibet ed impose ai tibetani
il governo temporale del Dalai Lama, allora già alla quinta incarnazione
e considerato un’emanazione di Avalokitesvara, la divinità della
compassione universale che protegge il Tibet. Il
V Dalai Lama, Lobsang Gyatso (1617 –1682), conosciuto come "Il
Grande quinto", unificò le fazioni feudali e cercò di raggiungere
un equilibrio tra le scuole limitando i privilegi dei Ghelugpa. Diffuse
nel paese cure mediche ed istruzione, viaggiò, insegnò molto e diede una
costituzione all’organizzazione religiosa. Il grandioso palazzo del
Potala fu costruito durante il suo regno ed è il simbolo della potenza
del Tibet di allora, quando Lhasa era il fulcro della civiltà del
buddismo Mahayana Vajrayana ed i monaci di tutte le regioni aspiravano ad
essere ammessi alle sue tre famose università. Nel 1652 il V Dalai Lama
fu accolto a Pechino su invito dell’imperatore della Cina che lo accolse
come suo pari. Il
V Dalai Lama era così venerato dai tibetani che i reggenti ne tennero
nascosta la morte per 15 anni temendo un ritorno alle guerre civili. Così
il VI Dalai Lama era già un adolescente quando salì al trono. Tra la
sorpresa generale, il VI Dalai Lama rifiutò l’ordinazione monastica ed
insegnò seduto tra la gente. Di animo estremamente sensibile fu autore di
numerose poesie d’amore che appartengono alla letteratura poetica del
Tibet. I suoi scritti possono essere interpretati sia come sonetti
dedicati all’amata che come esperienze di estasi spirituale. Tuttavia,
senza un abile capo politico, Lhasa divenne preda contesa tra Cina e
Mongolia. La Cina instaurò il suo protettorato sul Tibet. Il
VII (1708-1757) e l’VIII (1758 –1804) Dalai Lama furono eminenti
eruditi ed autori di testi filosofici di grande valore, ma si dedicarono
esclusivamente alle pratiche spirituali lasciando l’amministrazione
politica nelle mani dei politici laici. I loro successori dal IX al XII
vissero pochissimo, non più di 21 anni, e la figura del reggente assunse
un ruolo di sempre maggior rilievo. Quando
nacque il XIII Dalai Lama, nel 1876, il Tibet era un paese a rischio; da
una parte gli amministratori britannici, coinvolti negli intrighi di
potere in tutta l’Asia centrale, cercavano di assumere il controllo
anche del mercato tibetano, dall’altra i cinesi esercitavano una
politica espansionistica. Nel
1903 gli inglesi forzarono le frontiere ed invasero il Tibet mentre il
XIII Dalai Lama, che allora aveva 28 anni, stava completando in solitudine
un ritiro di meditazione di tre anni. Il governo tibetano si rivolse a
Nechung, l’oracolo di stato, che pronosticò l’entrata delle forze
britanniche a Lhasa, ma anche la fine della loro occupazione militare. Il
Dalai Lama si rifugiò in Mongolia, l’alleato tradizionale del Tibet,
poi si recò in Cina dove assistette all’incoronazione dell’ultimo
imperatore. Dopo cinque anni di occupazione militare, gli inglesi giunsero
ad un accordo con i tibetani ed abbandonarono Lhasa. Tuttavia, dopo due
mesi dal suo ritorno in patria, il XIII Dalai Lama era di nuovo in fuga.
Questa volta il Tibet era minacciato dalle truppe cinesi che entrarono a
Lhasa sparando nelle strade. Il Dalai Lama questa volta riparò in India,
dominata dagli inglesi; in nove giorni percorse un tratto di 430
chilometri tra i monti che normalmente si percorrevano in tre settimane di
cavallo. L’esilio in India permise al XIII Dalai Lama di venire in
contatto con nuove idee che lo convinsero ad apportare profondi
cambiamenti all’interno del Tibet. Intanto gli invasori cinesi
trucidavano i tibetani, distruggevano i monasteri e fondevano le statue
per fabbricare armi. Nell’ottobre
1911 la dinastia cinese venne rovesciata dai repubblicani di Sun Yat Sen
ed i tibetani iniziarono una lotta di liberazione contro gli invasori
cinesi. Nel 1912 Lhasa fu liberata dai soldati cinesi ed il XIII Dalai
Lama vi fu accolto trionfalmente durante il capodanno lunare (Losar). Una
delle lezioni politiche che il Dalai Lama aveva appreso era la necessità
di definire in termini legali tutte le questioni che concernevano il suo
paese. Il Tibet richiese la completa indipendenza e la restituzione di
alcune zone occupate dai cinesi. Nel 1913, alla presenza dei
rappresentanti dei governi cinese, britannico e indiano cercò di
stabilire ufficialmente i suoi confini. Fu redatto un trattato a Shimla e
firmato un accordo, ma la Cina non lo ratificò. Negli ultimi anni della
sua vita il XIII Dalai Lama operò intensamente per introdurre nel suo
paese importanti riforme sociali. Nel
1950 40.000 soldati cinesi varcarono i confini tibetani in sei punti
diversi, iniziando l’occupazione del Tibet. Il nuovo giovanissimo Dalai
Lama, l’attuale XIV Tenzin Gyatso, cercò di negoziare con le autorità
cinesi in condizioni sempre più inconciliabili. Il diciassettenne sovrano
del Tibet iniziò ad applicare i principi della non violenza che rimasero
il suo irremovibile credo per oltre cinquant’anni. La pazienza, una
salda fermezza morale, la logica buddista ed il buonsenso hanno sempre
caratterizzato la straordinaria figura del XIV Dalai Lama. L’occupazione
cinese divenne sempre più crudele e violenta. Città, villaggi e
monasteri vennero bombardati, la popolazione tibetana violentata,
torturata, deportata e massacrata. Le sacre reliquie furono distrutte, i
bambini costretti a sparare ai propri genitori, gli studenti obbligati ad
uccidere i loro insegnanti. Numerosi di questi fatti furono confermati dai
rapporti della Commissione Internazionale di Giustizia di Ginevra. Nel
1959, vista l’impossibilità di restare, il Dalai Lama abbandonò il
palazzo del Norbulingka a Lhasa che veniva colpito dai mortai cinesi e
fuggì in India. Era il 31 marzo del 1959 quando il giovane Dalai Lama
varcò i confini dell’India sul dorso di uno yak. Seguirono il suo
esempio molti tibetani. Durante i primi anni sessanta un fiume continuo di
uomini, donne e bambini appartenenti ad ogni ceto della società tibetana,
affamati, spaventati e stremati, attraversarono i valichi impervi
dell’Himalaia evitando le strade dove avrebbero potuto incontrare i
soldati o gli spazi aperti dove i bombardieri cinesi avrebbero potuto
scorgerli ed ucciderli. Spesso si muovevano di notte, in piccoli gruppi e
con poche provviste. Moltissimi di loro morirono durante il viaggio. La
cittadina di Dharamsala nel nord dell'India fu scelta quale sede
permanente del Dalai Lama e del suo governo in esilio; si stima che la
popolazione di esuli conti oggi 300.000 persone. I sei milioni di tibetani
rimasti in patria vivevano in una condizione da incubo e di terrore. Nel
1960 la Commissione Internazionale dei Giuristi esaminò la situazione del
Tibet e scoprì che la Cina era già colpevole di genocidio religioso, ma
questa investigazione venne condotta solo agli inizi dell’occupazione
cinese; gli anni più disastrosi furono quelli seguenti, specie durante il
periodo della Rivoluzione Culturale. Si stima che più di 1.200.000
tibetani siano morti in seguito all’occupazione cinese, deportati nei
campi di concentramento, torturati, mutilati o imprigionati. La maggiore
carneficina avvenne tra il 1966 e il 1977. Nel 1979 fu valutata la
distruzione di 6.254 fra templi e monasteri. Le grandi università
monastiche di Lhasa furono rase al suolo, così i monasteri di Samye,
Reting e Sakya. Un vastissimo patrimonio artistico fu saccheggiato o
distrutto. Ma i cinesi stavano imponendo la loro “soluzione finale”
per il Tibet. Negli anni ’80 furono insediati circa 7.500.000 coloni
cinesi agevolati dal governo di Pechino che vennero a trovarsi quali casta
superiore rispetto ai tibetani. Ora i coloni cinesi sono diventati la
maggioranza della popolazione del Tibet snaturandone completamente luoghi
e costumi. Alla
preoccupazione della sopravvivenza fisica del suo popolo, per il Dalai
Lama si aggiunge una seconda sfida, quella di salvare, pur trovandosi in
esilio, tutto quello che è possibile della religione, delle scritture,
dell’espressione artistica e della conoscenza millenaria del Tibet. Il
21 settembre del 1987, di fronte alla Camera dei Rappresentanti del
Congresso americano, il Dalai Lama ha proposto un piano di pace in 5 punti
per il Tibet tracciando un progetto di accordo con la Cina. L’intero
Tibet dovrebbe essere trasformato in una zona di pace, i cinesi dovrebbero
fermare i trasferimenti della popolazione, rispettare i diritti umani e le
libertà dei tibetani, arrestare le distruzioni dell’ambiente e smettere
di usare il suolo tibetano per esperimenti nucleari e come deposito di
scorie radioattive. Tre
giorni dopo i cinesi a tutta risposta giustiziarono pubblicamente due
tibetani a Lhasa. I tibetani reagirono con manifestazioni pubbliche che
vennero represse nel sangue. Il
5 ottobre del 1989 il Comitato del Nobel a Oslo assegnò al Dalai Lama il
premio per la pace per il 1990. La
situazione attuale non è sostanzialmente cambiata, se non per la
consolidata certezza che i cinesi hanno di aver fatto del Tibet un
territorio proprio, grazie anche al fatto che hanno portato la loro etnia Han
ad essere in maggioranza numerica; non sentendosi più minacciati da
questo punto di vista sembrerebbero un po’ più tolleranti verso alcune
necessità dei tibetani. A Lhasa si vedono cartelli scritti nelle due
lingue, e così via. In generale la Cina oggi permette una maggior libertà
di culto su tutto il teritorio, e conseguentemente anche in Tibet questo
permette alla gente di poter praticare le proprie convinzioni con meno
rischi. Il Tibet è sempre più integrato nel divenire del
progresso economico della Cina, e sta anche diventando un’importante
meta del turismo interno. La possibilità per i tibetani di riconquistare
l’indipendenza rimane quindi difficilissima, ma almeno sembra
configurarsi la possibilità di vivere una vita libera dal terrore. Grazie
all’impulso del XIV Dalai Lama la comunità in esilio dei tibetani ha
trovato una maggiore unità tra le diverse osservanze, nell’intento
comune di non disperdere l’immenso patrimonio spirituale costituito da
centinaia di “lignaggi di trasmissione dei maestri” e da decine di
migliaia di testi e commentari. In molti luoghi dell’India e del Nepal
sono stati costruiti centinaia di nuovi monasteri. Nella cattiva sorte
dell’esilio i tibetani hanno conosciuto la buona opportunità
dell’incontro con gli occidentali che hanno manifestato un grande
interesse per gli insegnamenti del Dharma buddista. I Lama tibetani, su
invito degli occidentali, hanno favorito la fondazione di numerosi centri
di studio e di pratica del buddismo tibetano un po’ dovunque nel mondo. Storia e cultura del Tibet Rinascita spirituale del Tibet
Il buddismo del Tibet e le sue scuole F) Pellegrinaggi e trekking in Tibet
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