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SHOTON E IL TEATRO DEL TIBET
Ogni
estate a Lhasa l’inizio del festival teatrale di Shoton si svolge con
una grande cerimonia presso la grande università monastica di Drepung, a
pochi chilometri dalla città, quando viene esposta una gigantesca tanka
di Sakyamuni Buddha. La gente si affolla al monastero già dalle prime ore
per poterla ammirare, i monaci eseguono riti, preghiere e cerimonie e vengono innalzate innumerevoli bandiere di preghiera dipinte con i
cinque colori canonici. La giornata è posta al termine del
ritiro spirituale estivo dei monaci e lo Shoton è conosciuto localmente
anche come il “festival dello yogurt” perché avviene al termine di un
periodo di raccoglimento e preghiera in cui i monaci seguono una dieta
rigorosamente vegetariana e ricca di yogurt; in questa occasione la gente
che si reca al monastero offre anche
dello yogurt ai monaci. Nel
giardino del Norbulinka, il palazzo estivo
del Dalai Lama, si susseguono varie rappresentazioni che si protraggono
per alcuni giorni. Il parco del Norbulinka si riempie di tende tibetane
decorate dove la gente di Lhasa festeggia con canti e danze in un clima di
festa. La
date di svolgimento dello Shoton, che dura in tutto sette giorni, variano
di anno in anno in base al calendario tibetano; il primo giorno
corrisponde all’ultimo giorno del sesto mese tibetano, quindi cade nel
periodo compreso tra agosto e i primi di settembre del nostro calendario. LA
FESTA DELLO SHOTON E IL TEATRO DEL TIBET A cura di Piero VerniIl
Tibet ha rappresentato per oltre un millennio un vero e proprio
"cuore culturale" posto al centro dell'Asia e le cui pulsazioni
hanno contribuito all'esistenza di grandi civiltà sia a nord sia a sud
dello sterminato altopiano tibetano. Le religioni e le culture del
"Tetto del Mondo" hanno ispirato momenti significativi della
vita e dell'antropologia della Cina, della Mongolia, del Nepal, del Bhutan
e di tanti altri stati himalaiani. Allo stesso tempo luogo di partenza e
punto di scambio di innumerevoli messaggi culturali, il Tibet ha svolto in
Asia per secoli una insostituibile funzione di elaborazione e diffusione
di stili di vita, soteriologie e civilizzazioni. Inoltre il "Paese
delle Nevi" era riuscito, caso forse unico nell'intero continente
asiatico, a mantenere intatta la propria koiné fino alla seconda metà
del ventesimo secolo. Ancora solo pochi decenni or sono, per il
viaggiatore e lo studioso recarsi in Tibet significava compiere un vero e
proprio viaggio nel tempo. Voleva dire poter incontrare e conoscere una
società antica, volutamente arretrata dal punto di vista dello sviluppo
materiale, ma incredibilmente ricca da quello culturale e spirituale.
Purtroppo, a partire dal 1949-50, il Tibet è stato invaso illegalmente
dalla Cina Popolare che ha cercato in tutti i modi di aggredire il
patrimonio artistico, religioso e architettonico del "Tetto del
Mondo" che però, nonostante tutto, ancora riesce a sopravvivere e
perpetuarsi almeno nei suoi elementi essenziali. Tra i tanti aspetti
ricchi di fascino e interesse della cultura del Tibet, vorrei qui parlare
brevemente di uno di quelli che maggiormente mi ha colpito e ammaliato, il
teatro. Il
teatro laico tibetano ha una funzione esclusivamente ricreativa anche se i
suoi temi sono di origine religiosa e mitica. La forma teatrale del Tibet
è generalmente definita "Opera" in quanto prima di essere
recitata, essa è danzata e cantata. I tibetani chiamano questa
espressione artistica lhamo, termine che letteralmente significa
"fata", o ache-lhamo (ache vuol dire "sorella")
probabilmente perché le prime opere di cui si ha memoria erano racconti
di fate. L'opera tibetana, dal momento che le sue origini sembrano
risalire al VII secolo, pare essere la più antica delle specie teatrali
esistenti e sembra avere alcuni punti di contatto con altre forme di
teatro (ellenico, indiano, giapponese e cinese). All'interno delle
esecuzioni dell'ache-lhamo i costumi, e soprattutto le maschere, che
indossano gli attori svolgono un ruolo fondamentale in quanto servono per
identificare i diversi personaggi. La caratteristica Maschera Blu, che
deriva direttamente da una ancora più antica di colore bianco, è uno dei
principali simboli del lhamo e all'inizio dello spettacolo gli attori la
tengono calata sul volto in segno di rispetto nei confronti del pubblico
ma durante la danza la mettono sulla testa per potersi muovere più
comodamente. La
rappresentazione di un lhamo è un evento spettacolare estremamente
apprezzato dal popolo e la cui esecuzione in genere dura un'intera
giornata, dal mattino fino al tramonto. In linea di massima le opere si
dividono in tre parti: una introduzione (cerimonia purificatrice), l'opera
propriamente detta e una cerimonia conclusiva. Il lhamo non è mai diviso
in atti e a legare i vari momenti dell'azione vi è un narratore che
riassume quanto si è visto e annuncia ciò che sta per accadere. Ogni
personaggio si esprime con una propria melodia e viene talvolta
accompagnato dagli altri. La musica guida l'azione scenica mentre si
alternano il canto narrativo, la canzone dialogata e la musica
strumentale. Il canto narrativo consiste nella declamazione veloce della
trama, con una intonazione particolare che alterna toni alti e bassi. Le
numerose canzoni dialogate, eseguite dai protagonisti, sono seguite da una
danza che inizia e si conclude con la ripetizione dell'ultimo quarto di
verso. Le melodie sono arricchite da variazioni caratteristiche dette
gyur-khug. Una parte molto importante è svolta dal coro che segue il
canto di un protagonista; è formato da tutti gli attori che non ricoprono
ruoli di primo piano e che rimangono attorno allo spazio scenico per tutta
la durata della rappresentazione. Infine va ricordato che in ogni opera
tibetana esiste un personaggio comico che non è tenuto a rispettare un
testo fisso. Può improvvisare le sue battute e il pubblico segue le sue
parole con grande attenzione ritenendole ispirate da grande saggezza. Di
solito le rappresentazioni si svolgono all'aperto. Al centro della scena
si erge una sorta di altare tramite il quale attori e pubblico rendono
omaggio a Thonthong Gyalpo, un venerato maestro buddhista considerato il
padre del teatro tibetano. Le opere teatrali vengono chiamate
"vite" o "biografie" poiché sovente consistono nella
narrazione di una biografia esemplare e degli avvenimenti che si
intrecciano con essa. In genere, i fatti che costituiscono il cuore del
racconto vengono declamati in prima persona mentre gli altri attori
cantano la parte in versi. Un piccolo gruppo musicale, di norma composto
da un tamburo (nga) e da un paio di cembali di ottone (rolmo), sottolinea
i passaggi di maggiore intensità. Solo in epoca recente i testi delle
principali ache-lhamo sono stati trascritti. Per molti secoli questa
tradizione si è preservata oralmente e gli autori originari sono ancora
oggi sconosciuti. Prima dell'invasione cinese la passione per il teatro
era molto diffusa in Tibet e si può dire che ogni città e villaggio
avesse le sue compagnie teatrali che rappresentavano un gran numero di
spettacoli. Alcune di queste compagnie erano itineranti e portavano il
loro repertorio in tutte le tre grandi regioni del "Paese delle
Nevi": U-Tsang, Amdo e Kham. Perno di ogni gruppo teatrale era il
"responsabile", una persona che incarnava l'anima dell'intera
compagnia in quanto fungeva da direttore artistico, drammaturgo, regista
ed anche maestro spirituale. Era lui che designava il suo successore. Gli
attori delle principali compagnie erano professionisti che dedicavano la
vita a questa arte e da essa traevano il loro sostentamento. Ma a fianco
di tre o quattro gruppi professionali in Tibet ve ne erano diverse decine
composti da attori per così dire "locali". Uomini che
svolgevano tutti un'altra professione e che in occasione di determinate
festività si improvvisavano attori per rappresentare alcuni tra i lhamo
più famosi del repertorio tibetano. Il
più importante festival di teatro tibetano si
svolge a Lhasa ed è quello dello Shöton,
la Festa dello Yoghurt che si celebra all’inizio del settimo mese. Il
nome deriva da quello che potremmo chiamare l’antefatto dello Shotön e
che ha luogo al termine del sesto mese, vale a dire la fine del ritiro
monastico estivo quando i monaci devono attenersi per alcuni giorni ad una
dieta rigorosamente vegetariana a base di yoghurt. Lo Shöton è una festa
fondamentalmente laica il cui cuore è costituito da una serie di
rappresentazioni teatrali che si tengono all’interno del Palazzo del
Norbulinka, però inizia con una solenne cerimonia religiosa a cui
assistono migliaia di tibetani. Il mattino dell’ultimo giorno del sesto
mese un’enorme tanka raffigurante Buddha Sakyamuni viene esposta per
alcune ore all’esterno del monastero di Drepung. In un tripudio di
suoni, canti preghiere e danze, il gigantesco dipinto viene srotolato per
benedire con la forza del suo potere spirituale l’assemblea dei fedeli.
Dal primo al quarto giorno del settimo mese, una grande tenda bianca con
le tipiche decorazioni blu viene eretta nel cortile principale del
Norbulinka e sotto di essa diverse compagnie teatrali, per lo più formate
da dilettanti, si alternano nel rappresentare alcuni dei più popolari
spettacoli di Lhamo. Migliaia di donne, uomini, vecchi e bambini siedono
in terra e assistono felici agli spettacoli che si svolgono dal mattino
fino al tramonto. Essendo il teatro del Tibet una forma artistica
realmente popolare, molti degli spettatori sono in grado di comprendere
pregi e difetti delle differenti compagnie che comunque vengono tutte
ricompensate con fragorosi applausi al termine delle loro fatiche. Per
tutti i giorni della festa, il cortile del Norbulinka risuona di canti,
musiche, recitazioni, danze e le “storie meravigliose” dei differenti
Lhamo continuano ad arrivare al cuore della gente. E proprio
l’entusiasmo e la partecipazione con cui i tibetani continuano a seguire
lo Shotön è un segno positivo ed importante. Un segno che racconta a
tutto il mondo che le donne e gli uomini del Tibet continuano a sperare
che il drammatico momento che la loro civiltà sta attraversando potrà
essere un giorno superato e che l’antica e nobile cultura del Paese
delle Nevi potrà continuare a vivere. Testo redatto da Piero Verni
COLLEGAMENTI: Rinascita spirituale del Tibet Shoton e il teatro del Tibet
Il buddismo del Tibet e le sue scuole F) Pellegrinaggi e trekking in Tibet
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