Kumbhamela: Testi del documentario

In occasione del Mahakumbhamela del 2001, che ha visto la partecipazione di 50 milioni di pellegrini, Amitaba e Fabula hanno prodotto un Documentario sul Mahakumbhamela per testimoniare i momenti più significativi dell'evento. Di seguito sono trascritti i testi, suddivisi come nel filmato, che forniscono una spiegazione tematica semplice ma completa.

Di questo evento trovate anche una bella sequenza di immagini nella Galleria fotografica.


INDICE DELLA PAGINA


 

 

Introduzione

Tutti i mezzi di comunicazione di massa si sono occupati del Mahakumbhamela. Alla ricerca di innesti culturali, collegamenti filosofici, convergenze poetiche. O semplicemente per il gusto del folclore, dell’inatteso, dell’esotico. Spesso senza neppure tentare di cogliere un significato religioso nel monotono movimento giubileare di tutta questa gente.
In questi abbigliamenti riti comportamenti, inevitabilmente, si sente sopravvivere il medioevo. Migrazioni ritmi contaminazioni che appartengono a un passato anche nostro, che abbiamo allontanato da noi perché il nostro sapere è ormai da secoli la scienza, la nostra salute è l'igiene, la nostra fede è il futuro. Mentre qui si respira il passato.
Si respira qualcosa che si deve pur chiamare religione anche se non c’è, alla base dell’induismo, né una rivelazione né una chiesa. Religione per il fatto stesso che smisurate folle di pellegrini lo investono e lo sostengono con la loro fede. Il Mahakumbhamela, da sempre, lo fanno loro: decine di milioni di persone, in grandissima parte poveri e poverissimi, accompagnati e guidati da santi asceti sacerdoti e acrobati della fede, che si raccolgono e si mescolano sulle rive di sabbia del fiume sacro portando con sé un fagotto e qualche oggetto di culto per celebrare una festa lunga quaranta giorni.

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Il viaggio

Vengono da tutta l’India. Perché i poveri e i miserabili, i ricchi e gl'istruiti, uomini e donne, i bambini e i vecchi, … tutti coloro che si recheranno a Prayaga nei giorni del Kumbha Mela saranno liberati dai peccati.
Il pellegrinaggio è meritorio in sé. Ma non è solo uno spostamento fisico: è anche un cammino morale e spirituale. Per ottenere la purificazione dai peccati per le dieci generazioni future si richiedono saggezza devozione astinenza.
I pellegrini non dovrebbero viaggiare con mezzi di trasporto. Per raccogliere tutti i frutti del viaggio ci si deve muovere a piedi nudi, nell’umiltà. Chi viaggiasse su un mezzo comodo e ricco vedrebbe le sue offerte respinte dalle anime degli antenati. L'umanità pellegrina di oggi viaggia in treno. Il Delhi-Allahabad è quasi un treno di lusso, per gli standard del paese. Difficile salirci, difficilissimo spostarsi e scendere. Trasporta famiglie intere, accatastate, piene di stupore contadino. Perché Prayaga è il fine di una vita. Prayaga appaga tutti i desideri dei fedeli. Promette la salvezza e il paradiso.

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Prayaga

Prayaga è una città: oggi Allahabad. Ma per il pellegrino è prima di tutto un luogo sacro definito intorno a un punto geografico esaltato, nell’induismo, come il luogo per eccellenza nel quale liberarsi dal corpo e assicurarsi l’immortalità. Chi, in spirito religioso, si suicida nel cerchio di Prayaga ‘riscatta le sette generazioni che lo hanno preceduto e le quattordici che lo seguiranno’. Prayaga significa sacrificio.
“Prendete una corda lunga 5 miglia e mezza, e facendo centro su Brahmayupa tiratela e spostatela in tutte le direzioni in modo da formare un cerchio: il territorio così delimitato è lo spazio sacro’. Perché contiene la confluenza di due fiumi sacri, il Gange e lo Yamuna, e di un terzo mitico fiume che scorre sotto terra e solo l’occhio della fede riesce a vedere: il Sarasvati. Questa è Prayaga. Anzi, Prayaga-mandala. ‘Mandala’ significa cerchio e centro: una rappresentazione del tutto attraverso l’identificazione di un’area in cui si raccolgono gli dei e si uniscono le forze dell’universo. Il mandala è creazione e dissoluzione, forma e vuoto, il tutto e le parti”.
Oggi Allahabad è una città che vive, anche economicamente e socialmente, del suo mistero, svuotandosi e riempiendosi di gente a seconda dell’anno e della stagione. Una città mediopiccola, piena di traffico e confusione, di mercati e botteghe, e di stranieri. Non diversamente da qualsiasi altra città che ospiti un festival di fama mondiale.
Ci si può chiedere com’è possibile che ci vivano trenta, quaranta, cinquanta milioni di persone nei giorni del Kumbhamela. Ma anche questa performance, di cui nessuna città del mondo occidentale sarebbe capace, ha una spiegazione religiosa. Lo sforzo organizzativo, per quanto massiccio, conserva una particolare severità, adeguata alle esigenze elementari dei fedeli: intere famiglie che si contentano di dormire per terra e di mangiare le cose più quotidiane, felici di celebrare il rito, innalzare le preghiere, osservare da vicino ascoltare seguire le figure dei santi degli asceti dei sacerdoti. Infrastrutture povere ma funzionanti. Nessuna catastrofe sociale. Un miracolo della fede.

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La processione

Il Kumbhamela è una colossale festa popolare.
Gli uomini santi per eccellenza, il cuore dell’evento, sono i Sadhu. Hanno rinunciato alle cose del mondo per consacrarsi a Dio. Vivono per purificarsi e meditare, discutere di cose religiose, visitare i luoghi sacri, pregare, guidare il popolo, consolare gli afflitti, aiutare i bisognosi. Questa è la loro festa, celebrata con processioni e fanfare, balli e carri.
Tra i Sadhu si distinguono i Naga. Vivono nudi e si lasciano crescere i peli e i capelli su tutto il corpo senza mai tagliarli. I loro vestiti sono stati distribuiti ai poveri o bruciati. Conducono vita eremitica e sono iniziati alle arti marziali in quanto difensori militanti della fede. Si spalmano il corpo con un impasto fatto di cenere e legno di sandalo, che mantiene il corpo incorrotto e lo protegge dal caldo e dal freddo.
L’ordinazione dei Naga è periodica – coincide, ogni 12 anni, col Mahakumbhamela. Una grande processione celebra la cerimonia d’iniziazione terminando sulle sacre rive del Gange. Poi il Naga tornerà al suo isolamento: da quel momento sarà un Naga ‘regale’, un vero eremita santo. Questo bagno di folla è per lui un evento straordinario, la chiusura di un ciclo di vita, l’addio al mondo, il rito della rinuncia, la consacrazione alla ricerca della verità.
Il popolo segue le processioni – che si susseguono per giorni – senza parteciparvi, come spettatore, con curiosità stupore rispetto, col timore reverenziale che ispirano i personaggi d’eccezione: i Sadhu, i Naga. Travolti in un’atmosfera eccitata e concitata, rumorosa, di festa. Increduli di essere lì, di assistere, di vedere una volta nella vita l’incarnazione della santità.

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Il raduno

È un’antichissima leggenda quella che, per giorni e giorni, dalle prime luci del mattino, attira decine di migliaia di persone verso la confluenza delle acque del Gange e dello Yamuna.
Gli dèi e i demoni, in lotta per la conquista della supremazia, si rivolsero a Brahma, il creatore. Brahma li indirizzò al Signore dell’Acqua, che impose loro di tirar fuori dall’oceano il nettare dell’immortalità – chi ne avesse bevuto avrebbe vinto: sarebbe diventato immortale. Venne fuori dall’oceano un terribile veleno che avrebbe sommerso il mondo se Shiva non lo avesse bloccato. Vennero fuori i grandi tesori – come il cavallo dalle sette bocche che sono i sette colori della luce solare – che dei e demoni condivisero. Ne uscì infine il dio Dhanvantari con una brocca di nettare (‘amrita kumbha’, in hindu): i demoni gliela strapparono e Jayanta, figlio del Signore del Cielo, scappò portandola con sé. Gli dèi (Giove, il Sole, la Luna e Saturno) l’inseguirono per 12 giorni – equivalenti a 12 anni terrestri – prima di riuscire a riconquistarla. Durante la caccia Jayanta riposò in 12 posti diversi, e in ogni posto cadde dalla brocca una goccia di nettare. Otto di queste gocce sono in cielo.
Quattro sono sulla terra, e sono i quattro luoghi sacri dell’India: Haridvar, Prayaga, Ujjayini, Nasik. Il numero 12 è sacro: ogni 12 anni si celebra il Magha Kumbha Mela, a turno nei quattro luoghi sacri in terra d’India. Il più sacro è Prayaga, che giace alla confluenza dei fiumi Gange e Yamuna.
Prayaga è anche il luogo più bello. ‘La corrente del Gange mischiata alle onde dello Yamuna’, scrive un poeta, ‘in un punto sembra una fila di perle disseminata di lucenti zaffiri, in un altro punto è simile a una ghirlanda di loto bianco intrecciato col loto azzurro… Il Gange è bianco perché ha vissuto nel grembo della madre, l’Himalaya nevoso. Lo Yamuna è nero a causa del caldo rovente del Sole, suo padre.’

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Sangama

Sangama – la confluenza. Il rito totale del bagno nell’acqua sacra si annuncia con l’addensarsi della folla – delle tante variegate folle – verso la riva. Il rito comincia che è ancora notte. Con i carri, con le vistose bardature delle portantine dei Sadhu, che procedono in una corsia preferenziale: la folla fa ala ma non intralcia il cammino, come nelle corse sportive.
È in questi momenti che si ha il senso degli incredibili numeri coinvolti nell’evento. Già nel 1796 un capitano inglese di stanza in India contava due milioni e mezzo di persone.
Fu proprio l’amministrazione inglese a rendersi conto che tanto lo spazio fisico, quanto la moltitudine e la relazione gerarchica fra gli individui e le sette nel contesto del fenomeno religioso avevano bisogno di un’organizzazione. Così, nel 1882, “ad ogni corporazione ascetica fu assegnato uno spazio fisico per erigervi un villaggio provvisorio dove alloggiare i suoi membri e piantare una bandiera… Nei tre giorni destinati al bagno ciascuna delle sette vi si recò separatamente in processioni formali, il cui aspetto più notevole erano i corpi nudi dei fachiri che chiudevano le processioni delle prime due sette…”
Intorno al Sangama stava nascendo una città: ‘Una città provvisoria, d’accordo,’ scriveva nel 1906 Sidney Low, ‘ma una delle più grandi città del mondo, più popolosa di Pechino o Vienna, con tanti abitanti quanti ne hanno Liverpool, Manchester e Glasgow messe insieme.’ Nella seconda metà del ventesimo secolo la progressione numerica è impressionante: sono registrati 6 milioni di persone in una sola giornata nel 1954; nel 1977 partecipano al Kumbha Mela 13 milioni di persone; e le cifre continuano a salire, fino ai cinquanta milioni dell’edizione 2001.
Negli anni 80 viene destinata al festival un’area di alcune centinaia di chilometri quadrati, divisa in settori a ciascuno dei quali sono assegnati un magistrato, un ufficiale di polizia, un ufficiale medico per i servizi sanitari. Decine di stazioni di polizia regolano il traffico e vigilano sull’osservanza delle leggi e dei regolamenti.
Tutto ciò rende possibile l’evento ma non è sufficiente a spiegarlo. Per svilupparne i significati si deve fare ricorso al mito, all’immaginazione, alla tradizione, alla storia.
Il Sangama è una forma. Là dove le acque dei due fiumi si toccano, dove tutti nella luce incerta del giorno si accalcano e si spingono, è il centro della creazione. L’area compresa tra i fiumi è il ‘monte di Venere’ della dea Terra, Prayaga è l’organo della generazione. Lì l’uomo è in comunicazione diretta con la divinità.
Il Sangama è acqua. Nell’acqua è l’origine della vita: dall’acqua nacque la verità, la verità diede la vita a Brahma, che è all’origine di Prajapati, che è il padre di tutti gli esseri.
A questo punto comincia a lavorare la memoria storica. I fiumi Gange e Yamuna, canalizzati, hanno irrigato il paese dandogli vita e ricchezza. Le loro acque navigabili sono state per secoli gli unici mezzi di comunicazione per milioni di persone, essenziali per le relazioni, il traffico, l’accumulo e lo scambio delle conoscenze. Qui, tra i due fiumi, gli invasori Ariani e le popolazioni indigene hanno realizzato in tempi remotissimi la loro fusione, destinata a diventare epicentro di grandi dinastie imperiali: i Maurya, i Gupta, il Sultanato di Delhi, i Moghul.
Anche le esibizioni marziali dei Naga hanno fondamento nella storia. La loro stessa organizzazione in centri o scuole di addestramento ginnico ci ricorda che intere sette Naga combatterono contro gli invasori islamici non meno che contro i colonizzatori inglesi, a cominciare dalle prime guerre che la Compagnia delle Indie Orientali condusse contro i regni hindu di Bengal e Bihar, per finire con la prima guerra d’indipendenza combattuta nel 1857 dalle popolazioni indiane contro gl’inglesi.
Insomma, se da un certo punto di vista il Mahakumbhamela si risolve tutto in un lungo viaggio che ha il suo fine e la sua giustificazione nel bagno nel Sangama – e la scienza ha accertato le virtù particolari del luogo, se è vero che la radioattività misurata alla confluenza è molto superiore alla somma dei due valori misurati prima della confluenza dei due corsi d’acqua –, quello che davvero conta è la perpetuazione della tradizione.
Nel medioevo ci si riuniva sulle rive dei grandi fiumi per creare un ambiente di reciproca conoscenza e mutua comprensione fra le diverse correnti spirituali e religiose in cui i popoli si riconoscevano. Oggi, in questa città provvisoria, ci si ritrova a percorrere in grandi masse e lunghe file ponti di barche che hanno la funzione di vere e proprie strade, spirituali oltre che materiali. Ieri come oggi, l’occasione religiosa diventa integrazione culturale.
Come dice lo studioso indiano D. P. Dubey, “L’energia di un’intera civiltà si traduce in cultura… L’incontro è veicolo di conoscenza di un mondo più vasto e consente a persone con differenti radici di mettere in comune le loro esperienze di fede… Promuove l’integrazione culturale attraverso il passaggio della tradizione da una generazione all’altra…” Così questo enorme ammassarsi di persone, centinaia di volte più numerosa di quella che potrebbe riempire il più grande stadio del mondo, non genera catastrofi ma produce gioia: perché attraverso la celebrazione di un rito religioso ritrova le sue radici storiche e spirituali.

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Il bagno, i riti, le preghiere

Come le miniature punteggiano un libro di preghiere, così infiniti riti minuti e delicati si distaccano sullo sfondo delle migliaia di corpi che oscurano lo specchio d’acqua. Sono i riti del contatto con l’acqua, del confronto fra il corpo e l’acqua: che tutti i punti che riflettono sul corpo l’equilibrio dell’esistenza vengano intenzionalmente specificati dal contatto col liquido sacro. Sono i grani del lungo rosario che sfilano in preghiera ininterrotta, sul tessuto continuo delle litanie cantate dalle donne. Sono i riti del dono, ‘dana’ in hindu, da una radice ‘da’, cui è associato il nostro ‘dare’. Un rito semplicissimo che consiste nel privarsi di qualcosa che ci appartiene per darlo all’altro. I doni – un lumino affidato all’acqua, un fiore – hanno un potere purificatore: ‘Colui che dona, colui che vede l’atto del dono, colui che ne sente parlare e chi lo riceve, sono tutti liberati dai peccati.’ L’avarizia è condannata alle torture dell’inferno.
I Sadhu appartengono a tre principali sette: gli adoratori di Vishnu, di Shiva, della Grande Dea o Madre Universale. Si distinguono, oltre che per il colore della veste, per il disegno che portano sulla fronte, la ‘tilaka’: può essere una macchia rotonda, o una serie di tratti orizzontali o verticali o curvilinei. La tilaka, che nelle donne è diventata un tratto schiettamente ornamentale – il ‘bindi’ rosso che si porta sulla fronte, è stretta parente del trucco, fa parte della visibilità della persona.
Personaggi isolati sono immersi nella preghiera. Meditano di fronte all’immagine sacra degli antenati o del proprio guru. Leggono libri sacri. Fanno esercizi di respirazione, seguendo i precetti yoga. Spendono tempo nel trucco e nella cura dell’immagine. Isolarsi non è staccarsi dal mondo. È creare dentro di sé uno spazio mentale capace di far posto alla voce della divinità.
Il rito per eccellenza, il più carico di significato, è il bagno. Quello che a uno sguardo spettacolare, d’insieme, è una folla che si butta nell’acqua, a un occhio più attento si articola in un’infinità di atteggiamenti e di raggruppamenti diversi. C’è chi si bagna da solo e chi gioca nell’acqua. Ci sono intere famiglie che fanno il bagno come gruppo, come unità, come cellula. C’è chi si apparta e chi marcia verso l’acqua sotto lo sguardo della moltitudine, facendo mostra di sé.
Ci sono poi i riti che non si vedono. Come il digiuno, che non è la totale astinenza ma una precisa dieta: si può bere acqua e latte, si possono mangiare radici e frutta e assumere medicine. Certo che molti di questi riti traggono origine da esigenze sociali: il digiuno era inteso a conservare la purezza fisica, spirituale e culturale dell’individuo: una regola d’igiene. Ma quello che conta è la loro trasfigurazione simbolica, il loro significato nel cammino individuale verso la salvezza.
Un dono particolare, appena arrivati sul luogo, è quello dell’acqua. Acqua sola o acqua e sesamo. Perché gli antenati hanno sete, e l’offerta procura loro refrigerio e li avvia alla pace.
La purificazione attraverso il bagno è una delle pratiche religiose più universali dell’induismo. Simbolicamente, è per il pellegrino un modo di entrare nella Realtà con la R maiuscola per liberarsi di qualsiasi cosa ci sia di peccaminoso in lui: il velo dell’ignoranza, la pigrizia, le passioni, il tempo, la vita stessa. Quando il pellegrino esce dall’acqua nella quale si è lavato, è un uomo rinato, ricco di fede e di intelligenza del Reale, di partecipazione alla Realtà vera, anche se è costretto ancora a camminare su questa terra per completare il suo karma. Il bagno non è un fatto fisico ma spirituale: “I pesci nascono e muoiono nelle acque sacre ma non vanno in cielo perché è la mente che dev’essere purificata”.

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Le vie del ritorno

Un poeta indiano del sedicesimo secolo descrive con parole luminose la bellezza scenografica dell’area nella quale confluiscono i fiumi – il Triveni. I granelli di fine sabbia brillano come se gli stessi dei del cielo, in sottilissimi corpi, fossero al servizio del luogo. Di sera, le fiamme delle lampade riflesse nell’acqua sembrano dee che si bagnano. ‘Il Triveni’ – dice il poeta – ‘è come un ponte sull’oceano dell’esistenza terrena… Esso cura gli uomini dai mali del corpo e risparmia loro la morte… Porta i peccati nel mondo sotterraneo… Il Triveni è bello come la più eccelsa cima della terra. È come una strada che porta al cielo, è la forma acquea del Signore eterno. È la fonte di ogni splendore e benedizione. Il Triveni appare come un oggetto meravigliosamente casto e compiuto, che col suo solo tocco lava gli infiniti peccati delle creature.’

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