410 Viaggi nei mondi tibetani

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IL VIAGGIO

 

Il viaggio parte dalle calde ed umide pianure; con il trenino del Raj si sale a Shimla(2000 mt), capitale coloniale estiva alle porte dell'Himalaia. Ci aspetta il Kinnaur, antico regno tra monti ancora arborei, punto di transizione tra la cultura induista e buddista; l'architettura è caratteristica, con un uso misto di pietra e legno, anche finemente intagliato. Spicca il tempio di Bhimakali. A Kalpa, la vecchia capitale, gli indù scrutano le cime glaciali: qui l'inverno dimora Shiva! Oltre la profonda gola del Sutlej lasciamo alle spalle le foreste; a Ribba troviamo il primo tempio tibetano storicamente significativo, antico di mille anni. La torre di Morag segnala la vicinanza dello Spiti, a pochi passi dal confine con il Tibet. 

L'ingresso in questa nuova regione completa la metamorfosi delle popolazioni e del territorio: siamo ora nel deserto d'alta quota, valli profondissime dai colori contrastati, una vastità impossibile da riprodurre in fotografia, dove dimorano genti di lingua e tradizioni tibetane. Prima Nako, poi Tabo(3050 mt), dove si respira ancora la presenza dell'antico regno di Guge. A Tabo ci si sofferma nella visita di un tempio rimasto intatto dai tempi del santo che ne ha voluto curare ogni dettaglio, il grande Rinchen. Egli volle dare forma tridimensionale al nostro essere interiore, esponendone ogni simbolo; anche solo questo luogo merita l'intero viaggio. Oltre il monastero di Dankhar, sospeso tra terra e cielo, si giunge alla piana di Kaza (3600 mt), "capitale" dello Spiti, ed al monastero di Ki, dove nel 2000 si è svolta l'iniziazione di Kalachakra (vedi "Esperienze e cultura).

Si lascia lo Spiti valicando il Kunzum La, di 4551 mt. Dall'Italia questo passo sembra eccessivamente alto; in Himalaia, grazie anche alla progressiva acclimatazione consentita dall'itinerario, la quota sembrerà normale, seppur non abituale come ad un pastore Khampa! Una breve deviazione porta al "lago delle luna", dove si pone un campo per godere dell'incredibile bellezza naturale; la strada prosegue in un ambiente molto selvaggio, tra montagne turrite di granito e ghiacciai, entrando nel Lahaul. La zona giova di una maggiore umidità, e per un tratto si osserva un po' di verde sui pendii. Si sosta a Keylong, la "capitale", dove si possono visitare degli interessanti monasteri; il più importante è Kardong, il cui abate è Lama Palior. 

Oltre il passo del Baracha (4883 mt) - si apre il territorio magico dei deserti dell'altopiano, e la stupenda traversata che porta ai laghi di Kar e Kyagar, dove spesso si avvistano i Kyang - i cavalli selvaggi del Tibet - e tanti altri animali, tra cui numerosissime marmotte, che condividono i vasti spazi con gli yak e le poche tende dei nomadi. Non è raro osservare le aquile che veleggiano nel cielo. Quassù nel Rupshu siamo nel mondo dei nomadi tibetani di stirpe Khampa, genti libere e tenaci che abitano un mondo lunare. Giunti al "lago delle montagne", Tso Moriri, con il solitario monastero di Korzok, si pone il campo, anche noi siamo nomadi, almeno per un po'! Raggiunta la valle dell’Indo, si entra nel cuore del Ladakh, il Piccolo Tibet. Si visitano i monasteri più famosi, come Hemis, ed altri meno noti ma carichi di energia spirituale. 

Dall'aereo che lascia Leh, si avrà già voglia di tornare.

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