Ki Gompa: Racconti dei partecipanti

Il diario di Giulio

Ogni fenomeno nasce come le nuvole nel cielo. Ogni cosa, sin dall’inizio è priva di realtà. Anche quel lungo viaggio sulle tortuose strade himalaiane, così improbabili da percorrere in corriera, è stato inghiottito dal passato come un sogno nel vuoto della mente.

Il passato, come il presente ed il futuro dipendono dal tempo che riassorbe in sé tutte le creature ed i fenomeni inghiottendoli nel vuoto.

Kalachakra, la Ruota del Tempo, il Buddha infinito senza inizio. La realtà sembra solida e concreta come sembravano concreti gli strapiombi che s’affacciavano sotto le ruote slise e incoscienti che s’arrampicavano su interminabili salite larghe quanto gli autobus, ingenui contenitori di persone fiduciose per forza, ma un po’ preoccupate quando fingevano di non vedere che l’autista beveva del rum per trovare l’energia di guidare per tante ore fino al monastero di Ki: l’agognata Shambala.

Quegli strapiombi sembravano sempre pronti ad inghiottirci nei loro precipizi himalaiani. Ogni tornante era un’emozione rinnovata, ed i tornanti tornavano in continuazione. Ma poi è stato il tempo che ci ha inghiottito nel vuoto, poiché il passato è vuoto e vive nella memoria presente anche se labile e transitoria e quei tornanti che ora sono solo ricordi ci hanno condotto fino al monastero di Ki dove ci aspettava Kalachakra abbracciato alla sua sposa Visvamatr: la vacuità generatrice dei Buddha. Kalachakra abbraccia tutto ed include ogni essere nella sua compassione universale, pur nella consapevolezza che tutte le creature infinite sono vuote di realtà.

Tutte le diverse apparenze hanno la natura della mente, nulla esiste in modo diverso. Osservato ed osservatore non hanno alcuna realtà. L’unione delle apparenze con il vuoto sono la Chiara Luce.

Così il nostro viaggio è stato nella Chiara Luce, nel Mandala del sogno. Il Mandala è lo spazio circolare come circolare era l’accampamento delle nostre tende: uno spazio sacro disegnato con le polveri colorate su di un terreno piano e la polvere non mancava a Ki.

Centinaia di piedi tibetani salivano e scendevano in processione al monastero, sollevando le polveri della montagna. Centinaia di fazzoletti coprivano bocca e naso ed una grande nuvola di polvere avvolgeva il brullo paesaggio himalaiano.

La costruzione del Mandala è la costruzione di un nuovo mondo; viene abolito il mondo del caos scomposto e doloroso della trasmigrazione, tormentato e stravolto dalle passioni, e sostituito dal praticante tantrico con un edificio nuovo, armonico, prima sconosciuto, al di là di ogni ostacolo.

La cerimonia ha inizio con la preparazione del Mandala dove dimora Kalachakra in unione con Vivamatr tracciato con grande attenzione da SS il Dalai Lama e dai monaci esperti del monastero di Namgyal e finisce con la ressa caotica della massa dei tibetani che si precipitano come animali affamati per poter vedere subito il Mandala delle polveri colorate, la base dell’iniziazione.

Vogliono vederlo immediatamente, sono disposti anche ad azzuffarsi pericolosamente. Noi del gruppo italiano, cerchiamo di costituire una falange d’assalto, una testuggine tattica predisposta ad inserirsi come cuneo nel fianco della folla accalcata. In prima linea il guerriero Alessandro che, armato d’ombrello, si lancia incurante del pericolo tra i bastoni roteanti dei monaci. Niente da fare, siamo costretti alla ritirata. Dobbiamo rassegnarci a vedere il Mandala colorato con tutta calma qualche ora dopo.

"C’è tra voi qualche buddista?" è la domanda che ha fatto il Dalai Lama al nostro gruppo di italiani in udienza privata. Timidamente qualcuno, tra cui io, abbiamo alzato la mano. Sua Santità si è messo a ridere: "Non c’è alcun bisogno di essere buddista" ha risposto. Quella frase è suonata un po’ come una dissacrazione al centro del Mandala divino pronunciata proprio dalla divinità centrale, il maestro Kalachakra in persona: una frase semplice e liberatoria. Allora mi sono guardato intorno: eravamo nel tempio del monastero che sovrasta la valle dello Spiti. Un edificio quadrato fornito di quattro porte orientate verso i quattro punti cardinali, dove sono, a un livello gradatamente sempre più alto, altri due edifici quadrati forniti anch’essi di quattro porte. Più alto ancora, ma senza porte c’è il Mandala del piacere immoto che ospita Kalachakra abbracciato a Visvamata.

La meditazione sul Mandala e sulle sue figure è un momento indispensabile del cammino da percorrere, ma, come ogni forma di meditazione, appartiene ancora al pensiero discorsivo e in quanto tale dev’essere superata. La vera meditazione deve trascendere il pensiero discorsivo. "Nel non essere c’è il non essere di meditazione quindi la meditazione è una non meditazione". La meditazione è simile a un’immagine magica in un cielo vuoto di nuvole e in questo cielo, nel giorno dell’iniziazione, è apparso l’arcobaleno circolare attorno al sole. L’abbiamo visto tutti e siamo rimasti a bocca aperta a guardare per aria. Nessuno di noi l’ha fotografato però Vittorina ha avuto la prontezza di riprenderlo con la sua telecamera, quindi è stato documentato per gli increduli.

Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo costruito il nostro Mandala di tende disponendole con molta precisione in cerchio. Abbiamo individuato il centro, con un lungo spago abbiamo tracciato la circonferenza e gli indiani del nostro staff hanno innalzato le tende simili a quelle di un accampamento militare degli antichi romani esattamente nei punti calcolati. All’interno del grande circolo, la sera, dopo la processione di protezione con gli incensi ed i mantra, ci sedevamo ancora in cerchio attorno al fuoco per la meditazione finale. E, per chi reggeva ancora, nella notte risuonavano le campane ed i mantra alla luna. La grande luna piena, ancora un cerchio luminoso che osservava l’iniziazione del Dalai Lama, mentre sapevamo che lui, il nostro maestro prezioso si trovava lassù, nel monastero che dominava la valle e s’ergeva silenzioso e possente davanti a noi.

Al mattino molto presto dovevano svegliarsi i guerrieri di Shambala; dovevamo prepararci alla dura battaglia che consisteva nello scacciare dallo spazio che era stato assegnato al nostro gruppo di italiani le folle che s’allargavano troppo. Quel compito era relativamente facile quando si trattava di allontanare i tibetani che sono molto pacifici e mansueti, ma la cosa più ardua era quella di difenderci dagli occidentali di lingua inglese.

Gli spagnoli ci insultavano e ci davano dei mafiosi, ma poi s’allontanavano un po’ anche se continuavano a brontolare a distanza contro di noi; i giapponesi non parlavano e restavano irremovibilmente ancorati ai posti conquistati, ma riuscivamo a comprimerli molto, a tal punto che occupavano un unico posto in cinque o sei, invece gli anglofili si piazzavano con aria molto determinata, alzavano voce e cipiglio e non si spostavano, anche se alzavamo le mani era controproducente: mostravano una maggiore aggressività.

Dunque se l’iniziazione cominciava alle due del pomeriggio, il nostro manipolo era già sul posto alle sei del mattino altrimenti sarebbe stato impossibile trovare posto. Eravamo orgogliosi della zona centrale nel cortile del monastero che c’era stata assegnata da Lama Lactor, il monaco che traduceva in inglese gli insegnamenti del Dalai Lama e sovrintendeva all’organizzazione del Kalachakra, ma se volevamo conservarcela dovevamo coprire il terreno con coperte, teli di plastica e quant’altro, armarci d’ombrello parasole e fare la voce grossa contro coloro che s’avvicinavano alla nostra zona, perché quasi subito erano sparite le corde che delimitavano il nostro spazio.

Alcuni del nostro numeroso gruppo (42 persone) che arrivavano bel bello soltanto qualche ora prima dell’iniziazione, avevano anche il coraggio di lamentarsi che si stava troppo stretti e che faceva caldo. Ma la consapevolezza che fra circa quattrocento anni, (secondo i calcoli tibetani 3304 anni dopo la morte di Buddha) grazie all’iniziazione di Kalachakra, potremo rinascere sotto il governo del venticinquesimo re di Shambala: Raudrachakrin, figlio di Manjusriyasas, che alla testa di un immenso esercito distruggerà i barbari, e, nella terribile guerra che sconvolgerà il mondo, anche noi ne saremo suoi guerrieri, ci rassicurava un pochino anche se la guerra non mi é mai piaciuta tanto.

Questa guerra, secondo il commentatore indiano del Kalachakratantra dell’XI sec. Pundarika, non dev’essere presa alla lettera, ma in ossequio ai principi umanitari del buddismo, sarà piuttosto una conversione senza spargimento di sangue.

La grande battaglia, coi suoi diversi ed opposti schieramenti di fanti, cavalli, elefanti ecc. si svolgerà e si svolge già dentro di noi tra le diverse specie di attitudini negative e le virtù fondamentali del Dharma. Così sostiene Pundarika, l’autore del commento Vimalaprabha, a cui s’é ispirato anche il grande santo Naropa. Secondo Pundarika il Kalachakratantra fu insegnato dal Buddha al re di Shambala Suchandra in una grande assemblea tenuta a Dhanyataka, nel sud dell’India (corrispondente all’attuale Amaravati). Tornato al suo paese, nell’Himalaia, il sovrano trascrisse il Tantra in 60.000 stanze. Da allora l’insegnamento del Kalachakra fu ininterrottamente trasmesso attraverso una serie di re maestri di Shambala ed introdotti in India nell’XI sec. da un misterioso yogi tantrico di nome Cilupa che era riuscito a trovare la strada per Shambala e ritornare in India: forse si trattava di Tilopa, il celebre maestro di Naropa che gli conferiva iniziazioni a zoccolate in faccia.

Ma proprio grazie a Naropa, la tradizione del Kalachakra, presto distrutta in India in seguito alla devastazione dei mussulmani, continuò in Tibet ed oggi SS il Dalai Lama é il maestro più qualificato che ne detiene il lignaggio. Il giorno in cui abbiamo avuto l’udienza con il Dalai Lama é tornata a manifestarsi anche la Terra delle Dakini che s’era assorbita nella sfera del Dharmadathu da più di 10 anni.

Gabriela, mia moglie, ha chiesto a SS di conferirci l’energia ispiratrice per poter attivare nuovamente il centro di Dharma di Milano e così è stato, il Dalai Lama l’ha guardata negli occhi pensieroso e poi ha detto "Pregherò".

E così la Terra delle Dakini è tornata a funzionare e poi si é estesa anche a Bologna. Ed inoltre, in quel periodo, è stato concepito anche il nostro nipotino. Tutta la famiglia Santi era presente all’iniziazione: tutte braccia per la guerra di Shambala.

 

kusho 

 

 

Il diario di Vittoria

Per la partecipazione al viaggio Kalachakra 2000 devo ringraziare mio marito Marco che mi ha fatta partire, i miei bambini, Alessandro e Luca, che non sono stati troppo grasping, attaccati, la mia amica Gabriela, che mi ha messa al corrente del viaggio e, più di tutti, gli organizzatori, Alessandro e Rino.

La motivazione prima a voler partecipare a questo viaggio è stata di assistere ad un insegnamento di Dharma in un luogo dove si è sviluppato e si pratica il Buddhismo senza elaborazioni occidentali. L’insegnamento, inoltre, veniva dato da Sua Santità il Dalai Lama e il suo contenuto era molto interessante.

Altro motivo, il desiderio di vivere a contatto stretto con la natura nel modo più semplice possibile. Sin dall’inizio del viaggio, ed ancora prima di partire, quelle che i buddisti chiamano interferenze si sono presentate continuamente e senza interruzione. Vi descrivo quelle situazioni che di solito sono considerate spiacevoli. (1) Perdita del passaporto due settimane prima di partire. Problema risolto in tre giorni. (2) Perdita dell’aereo insieme ad altre tre persone. La Compagnia ci ha lasciati a terra. Problema risolto il giorno dopo. (3) Perdita del bagaglio all’arrivo a Delhi. Problema risolto durante il viaggio. (Giacca a vento regalata, sacco a pelo affittato, gli scarponi li avevo ai piedi). Il problema si è risolto definitivamente al ritorno con il ritiro del bagaglio "non usato". (4) Durante il viaggio di andata, un enorme masso frana a due metri dal pullmino su cui mi trovavo. Qualche secondo prima che avvenisse, stavo pensando che non saremmo dovuti passare prima di S.S. il Dalai Lama che faceva il nostro stesso percorso; e così siamo stati fermati. A questo punto, ho cominciato a pensare che i miei meriti per fare questo viaggio erano veramente pochi. (5) Inoltre, la mia compagna di viaggio si è ammalata e non ha potuto partecipare, come forse voleva, allo scopo del viaggio. Problema risolto prima di ripartire. Le altre interferenze sono state "banali" : fregature nel cambio dei soldi, problemi con le ruote dei pullman e con i burroni, problemi con un guidatore inesperto che è però riuscito ad incastrarsi con un altro pullman.

All’inizio ci sono stati anche problemi di relazione con alcuni compagni di viaggio dovuti a incomprensioni reciproche. Nonostante questa sequenza di interferenze, la mia mente non è stata minimamente toccata da queste situazioni e beatamente godeva di tutto ciò che incontrava e vedeva. Perché? Adesso che sono tornata lo so. Le situazioni piacevoli sono state molto più forti delle interferenze.

Il viaggio di andata per arrivare nella Valle di Spiti è stato incantevole, per me era come rientrare nei luoghi di favole di quando si era bimbi. La natura che ho visto era disposta con una tale bellezza che su ogni visione mi sarei fermata a lungo; invece il pulmino procedeva veloce per raggiungere la Valle di Spiti, "la meta". Poi, dal verde variabile e dalle cascate cristalline il paesaggio si è trasformato sempre più in montuoso e simile al deserto, con fiumi vorticosi sotto la strada che si doveva percorrere, ad una altezza sempre più crescente, con strade strette su favolosi burroni. I due passi del Kunzum e del Rothang mi hanno dato delle sensazioni differenti nell’andare e nel ritornare. All’andata, sono stata colpita dalle migliaia di bandierine di preghiera colorate messe per accogliere S.S. il Dalai Lama : un arcobaleno perenne mosso dal vento su entrambi i passi. Al ritorno, sono stata rapita dalla meravigliosa montagna che sovrasta il passo del Kunzum. Ci sono stata così pienamente, che posso essere ancora lì quando voglio. Per provare questa sensazione, bisogna veramente "esserci", fondersi col luogo. Anche l’ascolto del movimento del vento è stato intenso ; arrivava fortissimo, poi c’era una pausa, "osservava" quindi correva di nuovo a una velocità diversa. Anche qui la sensazione è stata di "esserci".

Durante la mia contemplazione, si sono avvicinate a me due persone in tempi diversi. Entrambe "dolci e presenti" e hanno forse condiviso alcune sensazioni. Questo però bisognerebbe chiederlo a loro. Il passo del Rothang l’ho riattraversato di notte. Il nostro autista , Mr. Krishna, bravissimo, faceva lo slalom tra le mucche dormienti in mezzo alla strada. La maggior parte del tempo di questo viaggio è stata dedicata all’ascolto degli insegnamenti di SS il Dalai Lama e a visitare alcuni monasteri; non tutti, purtroppo. Al monastero di Larchhang ho avuto la sensazione di ritornare a casa; anche qui c’era una montagna molto "vicina" e il monastero Sakya è in una riserva naturale dove ci sono la tigre bianca, il lupo tibetano, la volpe e il pookah, che da noi esiste solo come animale immaginario. L’ascolto degli insegnamenti non è andato tutto liscio. Ad un certo punto, c’è stato un cambio di traduttore che per me è stato determinante, al punto che dovrò partecipare al prossimo Kalachakra: è un’ottima scusa. Ogni tanto, staccavo la radio ed ascoltavo la voce di Sua Santità e alcune parole mi sono diventate familiari. Questo esercizio è stato molto buono, perché la sua voce è entrata nel mio cuore ed anche qui mi sono fusa col suo suono. Durante gli insegnamenti, i miei stati d’animo sono stati mutevoli: c’è stata un po’ di tristezza per non essere ben presente e felicità in totale espansione per essere lì. (Ho scoperto poi a casa che la collina su cui è costruito il monastero di Ki è il Palazzo di Chakrashamvara; questo è interessante per i buddisti). Lì, insieme a così tanta gente che aveva la mia stessa motivazione, ascoltare il Dalai Lama, sentire la sua compassione per tutti, la sua gioia, i suoi consigli perché ognuno di noi si possa realizzare pienamente. Molti hanno potuto vedere l’arcobaleno circolare intorno al sole mentre si aspettava Sua Santità. Era incredibile vedere tantissime persone salire dal campo di tende verso il monastero di Ki, a piedi, in jeep, in pullman, a qualsiasi ora ci fossero gli insegnamenti. La mattina presto, col freddo, alle ore 4, o nel primo pomeriggio con temperature da deserto all’una ed anche sotto la pioggerellina, residuo dei monsoni. Il confronto col mondo abituale è inevitabile. Sono a contatto con ansiosi che si preoccupano se piove, se c’è il vento, se fa caldo, se fa freddo. Let it be Ora, oltre all’ascolto degli insegnamenti, ho sperimentato l’osservazione dei corsi d’acqua, all’andata ed al ritorno, l’ascolto del vento, gli arcobaleni - ne ho visto uno una mattina sopra il nostro campo, la "casa" di Amitaba, ed un altro al ritorno nell’uscire dalla valle - l’essere sospesi sui burroni o in cima alla collina di Ki, a contatto coll’elemento aria, sentire il calore del fuoco la sera, al campo, che veniva acceso dagli aiutanti. Anche il cibo era buono quand’era cucinato sul posto.

Tutti questi ingredienti mentali, gli insegnamenti, e gli altri naturali, se percepiti hanno l’effetto di ricollegarci col nostro "centro" che è un punto di vista più reale di quello solitamente legato a modelli comportamentali che ogni cultura ha e insegna proprio per mantenersi tale.

Sono riuscita a voler bene a tutti i miei compagni di viaggio, anche a quelli che all’inizio trovavo insopportabili, come i "fumatori accaniti": li ho visti trasformarsi nonostante la sigaretta ancora in bocca. Spero che l’energia che si è mossa in loro come in me continui a fluire e non si fermi e porti a tutti le realizzazioni necessarie. Cosa mi è rimasto di questo viaggio?

Non devo dimenticarmi di sviluppare gli insegnamenti ricevuti da SS il Dalai Lama. Leggere le 37 Pratiche dei Bodhisattva, sviluppare i due tipi di concentrazione, Shine e Lathong. Mi è rimasto un cambiamento fisico. E’ cambiata la mia voce. Nonostante tutto questo, so che non devo essere troppo sicura di me stessa perché il fermarsi è un impedimento al fluire dell’energia. Spero che la mia esperienza raccontata sia utile a qualcuno.

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