India: Culla della cultura vedica

Le grandi culture del mondo provengono principalmente da due correnti religiose e di pensiero: quella semitica, da cui originano le tradizioni giudaiche, cristiane ed islamiche, che è il fondamento del pensiero europeo e mediorientale; quella vedica, che ha generato le grandi tradizioni d’oriente iniziando dall’induismo, da cui sorsero le tradizioni jainiste e buddista nelle sue molteplici forme, dal theravada allo zen, ed è la base dei mondi culturali dell’Asia.

Queste due grandi matrici hanno plasmato la gran parte di quanto noi oggi conosciamo e condividiamo, iniziando dalle diverse forme di scrittura, filosofia e religione.

L’India è il punto d’origine ed anche il cuore pulsante del vasto mondo vedico, le cui origini si confondono con l’inizio della sua storia, dove si incontra la prima genesi conosciuta nelle antichissime civiltà fluviali dell’Indo. Da queste provenne la lingua sanscrita con cui furono trascritti in una metrica divina i testi sacri che da quei tempi fungono da ancoraggio al variegato divenire di quello che nei millenni è stato un effervescente mondo religioso e filosofico. L’incredibile vitalità che tutt’ora anima questa spiritualità è facilitata da un approccio poco dogmatico alla verità ed al sapere, perché gli induisti riconoscono la verità dei Veda ma non stabiliscono a priori chi ne possa essere l’interprete, in quanto la stessa deve essere incarnata come effettiva saggezza da chi ne realizza il messaggio. Due esempi fantastici: il Buddha stesso, che insegnò che la confutazione critica personale di ogni insegnamento è l’unica base reale per il progresso personale, o l’incredibile Shankara, ai cui piedi si prostravano re ed imperatori quando aveva solo 12 anni, perché lo si riconosceva come un Avatar, un’emanazione di Shiva, che prima dei 18 anni decretò che il Buddha stesso era la nona manifestazione di Vishnu, favorendo una rifusione delle scuole del tempo nel grande fiume dell’induismo.

 

Tutt’ora in India coesistono tantissime diverse scuole e tradizioni, oltre alle religioni “di importazione” che raggruppano un esiguo numero di ebrei, delle enclavi cristiane e la comunità musulmana più numerosa al mondo. Nell’ambito delle scuole autoctone hanno molto peso i Sikh, la tradizione jainista che è suddivisa in due correnti principali, mentre tra i buddisti troviamo un certo numero di esponenti theravada e molte comunità che seguono l’indirizzo vajrayana, in special modo nelle regioni himalaiane. Ma il vasto mare dell’induismo “tradizionale”, o del Sanatana Dharma (legge eterna), è decisamente il più impressionante per il numero dei sui seguaci e la sua varietà: un “censimento” rivela che esistono 55 ordini religiosi vaishnava (coloro che hanno come riferimento principale Vishnu); 10 ordini shaiva (che si ispirano al dio Shiva). Seguono poi i shakta (seguaci della Dea Madre) e varie sette radicali, tra cui i famosissimi Agora, le cui imprese mistiche colorano l’immaginario di molti indiani. Si aggiungo a tutti questi i 3 grandi ordini dei Naga militanti, gli yogi raggruppati dagli akhara del Nirvani, Niranjani e Juna, grandi protagonisti dell’epica del Kumbhamela.
In questo mistico caos un segnale di appartenenza si osserva sulla fronte dei devoti, che spesso è ornata da dei simboli: è la tilaka, che ad un occhio esperto espone precisamente il credo religioso. Ci sono decine di disegni, e ogni setta o sotto setta ha il suo; la distinzione più elementare è tra una tilaka a righe verticali, delle scuole vaishnava, e una a righe orizzontali, delle scuole shaiva. Ma non è una regola esatta, ci sono scuole ibride, o che seguono come divinità principale una dea madre, e che possono adottare uno dei due criteri - ma per un profano è un primo modo di distinguerle. Il colore del saio è un altro indice delle preferenze religiose, zafferano per i shaiva; bianco o giallo per chi fa voto di castità, per i vaishnava; rosso per i shakta, i seguaci di dee madri femminili. E, occhio alle gaffe: un vaishnava non indosserebbe mai un indumento zafferano, per lui è il colore del ciclo mensile della dea Parbati!

 

Ma una tale diversità ha di fatto un’essenza comune che è condivisa da tutti, e consente a milioni di persone di incontrarsi per dei colossali riti collettivi senza particolari tensioni; l’esempio più eclatante fra tutti è la grandiosa saga del Kumbhamela. Il movente che accomuna tutti, includendo in modi diversi tutti i “vedici” inclusi jainisti, Sikh e buddisti, è in primo luogo il grande obbiettivo della mukti, la liberazione. Oltre a questo, che per molti diventa alla fine una motivazione un po’ astratta, troviamo un incredibile collante nelle grandi epiche mistiche del Ramayana e della Mahabaratha, che raccontano le vicende delle principali divinità induiste e presentano in alcune parti anche l’essenza del messaggio vedico, come nei capitoli della Bagavad Gita. Si pensi ad esempio che ad ogni Kumbhamela si tengono centinaia di queste rappresentazioni, e che storie, personaggi, brani ed eventi di questi colossali racconti permeano la maggior parte delle leggende del subcontinente e sono nel cuore e nell’immaginario mitico di ciascuno. Nell’ambito dei rituali un altro aspetto che accomuna tutti è la celebrazione dell’abluzione di massa, il bagno rituale collettivo che il devoto compie allo scopo di raccogliere su di sé le benefiche energie cosmiche che permettono di purificare il karma e facilitare così il raggiungimento degli obiettivi spirituali che costituiscono il fine ultimo dell’esistenza per i fedeli del Sanatana Dharma, la legge eterna, come essi stessi definiscono la loro religione. Tra questi tipi di raduno il più rilevante è il Kumbhamela, anche se il rito dell’abluzione permea tutta la spiritualità, al di là di date e luoghi speciali, al punto che un’abluzione quotidiana, prescindendo anche dalle stagioni, è considerata dalla gran parte degli indiani anche un toccasana per la salute. Sarà forse per via dell’archetipa origine fluviale di queste civiltà, ma le acque che fluiscono dall’Himalaia ed in particolare dal monte Kailash, che è visto come la rappresentazione fisica del Monte Meru, l’asse cosmico dei Veda, sono percepite come sacre: per un devoto sono i capelli del dio Shiva che siede in meditazione sul sacro monte!

 

Come si potrà facilmente intuire è difficile tracciare una mappa di questo fantastico caleidoscopio, che ne semplifichi e raggruppi i contenuti per calzarli sulla nostra ordinaria razionalità; molte delle possibili definizioni accademiche sono piuttosto arbitrarie, perché spesso parole e concetti utilizzati dagli adepti delle varie correnti sono un qualcosa che indica per allusione i significati che derivano da ciò che unicamente conta: “l’esperienza” di atman, l’essenza del divino. Come ci dice un amico bramino, professore all’Università di Varanasi:

“Cosa sia esattamente l’induismo è di difficile definizione accademica. Nella realtà, possiamo invece dire di poter incontrare l’induismo nella sue manifestazioni, come al Kumbhamela o a Shivaratri. O rimanendo a lungo in Ashram a praticare lo yoga.”

 

Incontrare si, ma forse difficilmente capire.

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