India himalaiana: Leh e la Valle dell'Indo

Leh, capitale dell'antico regno del Ladakh, il "Piccolo Tibet", è situata in un'ampia valle che trabocca di storia, uno spazio che si allarga lungo i bordi del maestoso fiume Indo contornato dalla più possente catena di monti del mondo. La posizione geografica così remota ne ha favorito l’isolamento, attenuando nel secolo scorso anche il contatto col divenire della modernità e dell’industrializzazione; le due attuali strade di accesso furono costruite in fretta e furia dall’esercito indiano negli anni ’60 per fronteggiare la minaccia delle pressioni cinesi che, avendo inglobato il Tibet, premevano per accaparrarsi anche questi territori.

Per capire quanto la zona fosse poco raggiungibile, si pensi che il governo indiano negli anni ‘60 impiegò più di 12 mesi per accorgersi che i cinesi erano penetrati nell’altopiano dell’Aksai Chin!


INDICE DEL CAPITOLO:
- Leh oggi
- Leh, siti e spiritualità
- Valle dell’Indo, monasteri e cultura

 

 

Leh oggi

La presenza dell'aeroporto ha fatto di Leh una stupenda meta per i viaggiatori; il deterrente al turismo di massa è dato infatti dalla quota (c.a. 3500 mt) e dall’assenza di strutture turistiche di lusso. L’accessibilità non sembra però avere snaturato Leh; chi la frequenta da quando, a fine anni ’70, fu aperta al turismo, può testimoniare che, pur essendosi un poco espansa, ha mantenuto il proprio carattere originale. L’intelligenza dei ladakhi ha fatto sì che le nuove costruzioni siano realizzate esclusivamente secondo lo stile tradizionale; fanno eccezione solo le installazioni dell’esercito indiano nei dintorni della capitale, precedenti all’apertura al turismo, che fortunatamente non superano i due piani.

 

In città vi sono attualmente molte locande ed alberghetti. Alcuni di questi riescono a garantire stanze con bagno, acqua calda e lenzuola pulite; recentemente ne è stato anche aperto uno che si fregia di 3 autoconferite “stelle”. Ci sono molti ristorantini e punti internet, frequentati da un pubblico spesso giovane, dove si incontrano anche molti viaggiatori più anziani dall’aspetto di chi ha vissuto pienamente il’68 e le esplorazioni d’oriente che ne sono seguite, viaggiatori giunti fin qui con gli economici autobus che si trascinano con fatica sulle salite degli alti passi. Si trova anche un gran numero di mercatini, alcuni gestiti dai profughi tibetani e tanti negozietti d’interesse per il turista, con tutto il meglio dell’artigianato himalaiano, kashmiro ed in generale indiano ed orientale. Molti commercianti kashmiriani trascorrono qui l’estate; è molto facile riconoscerli, perché, al di là dell’aspetto, a differenza di tibetani e ladakhi cercano di invitare il passante ad esaminare la merce e sono disponibili a trattare serratamente sui prezzi. Su tutto si stende un’aura di grande relax e calma, l’aria e le pietre stesse sembrano imbevute dal mantra del Buddha della Compassione, Om Mani Padme Hum, che viene spesso recitato dai ladakhi.

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Leh, siti e spiritualità

Il nucleo della città vecchia è un bell’intrico di vicoletti posti tra il campo di Polo e il castello. Il Palazzo, arroccato sulla cresta del monte sopra le vecchie case, è stato in parte restaurato e si può visitare; all’ingresso, d’estate, a volte si svolgono delle esibizioni di musica e danze folcloristiche. Nei pressi vi sono due stupendi templi con affreschi interessanti e una gigantesca statua di Maitreya, Buddha del prossimo ciclo cosmico. Salendo sul colle oltre il Castello si notano delle strane piante: sono capperi, miracolo della natura, e si arriva a Tsemo Gompa ed al Gonkhang, dove si venerano le entità terrifiche che difendono il culto buddista ed il territorio; sulla vetta si trova il primo castello dei Re Namgyal a Leh. Lunghe file di bandiere di preghiera colorate sventolano al vento, quassù sempre forte, che secondo la credenza locale trasmettono all’aria i mantra che vi sono stampati per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. Il panorama, visibile anche da molti punti della cittadina che si stende sotto, spazia fino al fiume Indo ed oltre, su una catena di altissime montagne: l’ardito Stok Kangri, alto 6123 mt e coperto di ghiacci, è la cima visibile più alta. Lasciando il centro, oltre Bazar street, il tempio di Tara e la moschea è molto piacevole, ed anche utile per l’acclimatazione quando si è appena giunti, raggiungere con una passeggiata il monastero di Sankar, situato tra i campi coltivati e case di pietra arricchite da tipiche verande di legno. All’interno il Lhakhang offre un grande impatto, con affreschi e statue tipici del buddismo Vajrayana, ed al piano superiore si trova una veneratissima statua di Dukhar, ydam del precedente Bakula Rimpoce, abate del Ladakh. Proseguendo in un ambiente bucolico si giunge all’antico Chorten di Tashi Gomang e da qui non è lontana la Pagoda della Pace, posta in una deliziosa posizione panoramica.

 

La maggioranza della comunità tibetana in esilio risiede nel villaggio di Choglamsar, situato sulla strada che lascia Leh verso est; nei pressi è stata costruita dai ladakhi una bella residenza per S.S. il XIV Dalai Lama, ai margini di un vasto spazio erboso con una pagoda che segna il punto dove il Lama si siede quando, quasi ogni anno, giunge qui per conferire degli insegnamenti. Il dramma del Tibet ha avuto per queste regioni himalaiane un effetto positivo: la trasmissione del Dharma buddista è stata vivificata dalla presenza di molti eccellenti maestri che sono dovuti fuggire alle persecuzioni dei cinesi. A partire dagli anni ’70 molti monasteri sono stati restaurati, anche con l’aiuto dei molti occidentali che hanno sviluppato un forte interesse per la cultura buddista himalaiana.

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Valle dell'Indo, monasteri e cultura

Le acque di scioglimento delle nevi e dei ghiacciai che fluiscono dalle valli laterali dell’Indo vengono da secoli raccolte e canalizzate creando delle oasi, che adornano di vividi colori il vasto deserto d’alta quota. Queste zone coltivate danno vita a bellissimi villaggi che in stagione risuonano dei canti della trebbiatura, dove il lavoro è svolto quasi tutto con la forza degli animali. La stessa Leh sorge in una di queste oasi, testimonianza della tenacia dell’uomo, che ha saputo conquistarsi un’esistenza in un ambiente difficile.

 

La produzione agricola delle oasi è la base del sostegno dei monasteri che costellano la valle dell’Indo, appartenenti a diverse scuole del buddismo tibetano. Sono costruzioni, a volte anche imponenti, che si amalgamano in modo armonico all’ambiente, donando un profondo senso di ascesi. Sono il cuore della cultura del popolo ladakho, che nasce, pulsa e si plasma in queste fortezze dello spirito; ogni famiglia ha qualche membro in un monastero ed il rapporto tra vita quotidiana e religione è continuo. Nei Gompa spesso colpisce più il sorriso dei monaci che la loro austerità, ma assistere alle cerimonie apre uno spiraglio sull'intensità della loro ricerca interiore; sentire i canti e le musiche rituali porta ad un contatto che trascende la comunicazione verbale. Il loro apporto è anche pratico, con cerimonie che possono essere finalizzate a garantire il benessere quotidiano, grazie anche ad un intenso rapporto con l’occulto, che traspare in modo istituzionalizzato in manifestazioni quali i festival, in modo particolarmente evidente ad esempio in quello oracolare di Matho. Il ricorso a diverse forme di divinazione è parte della cultura quotidiana, e ogni villaggio ha almeno uno specialista che svolge la propria funzione in simbiosi con i dettami del buddismo.

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