Mongolia: Festa di Naadam

La moderna festa di Naadam nasce nel 1921 per celebrare l'indipendenza della Mongolia. Per due giorni ogni anno, l'11 e 12 luglio, allo Stadio Centrale di Ulaan Baatar davanti a decine di migliaia di composti spettatori si svolgono le competizioni, precedute da una sfarzosa cerimonia a cui prende parte anche il Presidente della Repubblica. Anticamente nel calendario le ricorrenze più note erano la festa della luna bianca, quando si aspergeva dell’airag, il latte di giumenta fermentato, e quella d’estate quando si teneva il grande Quritai, la riunione di tutti i più grandi guerrieri. Ma i cosiddetti ‘giochi virili’: lotta, tiro con l’arco e corsa dei cavalli, che caratterizzano il Naadam, non erano menzionati nei testi del XIII secolo.

Nel XVII secolo si hanno le prime testimonianze dei tre giochi che si svolgevano usualmente alla fine delle cerimonie religiose. Le cerimonie estive includevano l’aspersione dell’airag, l’apertura del tempo della mungitura, l’adorazione dell’Ovoo e il rituale di sottomissione ai Lama mongoli, che prevedeva l’offerta di un mandala da parte dei nobili laici. Tutti questi rituali erano compiuti sia dai grandi che dai piccoli clan, ed il principale era tenuto a Khuriye, l’antica Ulaan Bataar, con la partecipazione di tutti i quattro Aimag Khalkha. Questi erano costituiti da tutti i mongoli che vivevano lungo i fiumi Selenge, Orkhon e Tuun che si raggrupparono in un’unica grande etnia, quella dei Khalkha, che nel XVI secolo crearono uno stato e una lingua che divennero poi quelli ufficiali della nuova Mongolia. Questo gruppo oggi rappresenta l’86% dell’intera popolazione. Nel 1697 il Danshug delle sette bandiere Khalkha divenne il maggiore evento sociale dei mongoli ed in questo contesto i giochi virili divennero un momento d’intensa rivalità tra le diverse località e tra i laici e i monaci. Già in quell’epoca partecipavano fino ad oltre mille lottatori e tremila cavalieri.
Nel 1912 con l’indipendenza dalla Cina il Danshug e i suoi giochi vennero spostati all’ultimo mese lunare dell’estate e divenne un incontro nazionale dove i tre giochi erano la grande celebrazione della nuova nazione. Nel 1922 il governo socialista iniziò a limitare le cerimonie religiose e decretò di abolirle completamente nel 1923, decidendo che si tenessero solo i giochi nella giornata dell’11 luglio, dando a questi un puro significato temporale. Ma la rivalità tra monaci e laici non diminuì, e la vittoria di un Lama nel 1937, nel bel mezzo della campagna antireligiosa, portò all’arresto di questo e di altri monaci.
Dopo la seconda guerra mondiale il tiro con l’arco e la lotta furono spostati dalla campagna al nuovo stadio della capitale. Durante il socialismo i tre giochi continuarono nella maniera tradizionale, ma la cerimonia d’apertura riprendeva quelle russe.
Dal 1990 con la caduta del socialismo il Naadam ha ripreso il suo pieno vigore; a Ulaan Bataar inizia con una parata ufficiale al mausoleo di Sukebaatar e Choybalsan, proseguendo solo con la guardia d’onore che indossa le nuove divise in stile semi tradizionale.
Più piccoli Naadam sono tenuti in tutti i capoluoghi della Mongolia; in queste località l’evento è meno sfarzoso ed imponente, ma per il visitatore spesso il rapporto con i mongoli è molto più intenso e sincero.

 

 

I tre giochi virili del Naadam

La lotta

La lotta (bukh in mongolo) è uno degli sport nazionali della Mongolia. Assieme al tiro con l’arco ed alla corsa con i cavalli rappresenta uno dei principali avvenimenti del Naadam, la festa nazionale di luglio, dove i fortissimi lottatori si cimentano nella conquista del titolo di “Titano della Mongolia”.
E’ uno sport esclusivamente maschile, e si narra che il costume abbia la foggia attuale, con il petto scoperto, perché parecchio tempo fa una donna riuscì ad aggiudicarsi il trofeo contro i migliori campioni. Per impedire che altre sue emule potessero partecipare, sotto mentite spoglie, si decise di confezionare la “giubba” in modo che fossero coperte solo le spalle e la schiena. In ambito sociale la lotta è davvero importante, tanto che durante i festeggiamenti per il capodanno lunare si svolgono anche le finali del campionato di lotta, e la serata di capodanno è considerata conclusa alla proclamazione del campione, il quale godrà di grande stima per tutto il resto dell’anno e anche oltre. I due campioni al momento della presentazione indossano un tipico cappello in segno di rispetto per l’avversario. Durante l’incontro l’allenatore lo terrà in mano seguendo la lotta a distanza ravvicinata.
Le regole sono particolari, vince chi riesce a far toccare terra con una qualsiasi parte del corpo il proprio avversario. Il vincitore danza quindi attorno alle insegne delle orde di Gengis Khan, emulando con i passi un’aquila in volo e coprendo in segno di protezione con le proprie “ali” lo sconfitto.

 

Il tiro con l'arco

Con un bersaglio posto sul terreno a 70 ÷ 75 metri di distanza dalla linea di tiro, l’arciere tiene l’arco, durante la trazione della corda, in posizione orizzontale e lo mette velocemente in posizione verticale al momento del tiro.
Ogni arciere ha a disposizione 20 frecce per 3 turni di tiro: 4 per il primo, 8 per il secondo ed il terzo. Il terzo turno però avviene con le spalle rivolte al bersaglio; l’arciere deve torcersi velocemente sul busto e scoccare, nel medesimo istante, la freccia. Quest’ultimo virtuosismo ripropone una classica tattica dei cavalieri mongoli che durante le battaglie, dopo essere entrati in contatto con il nemico, si voltavano repentinamente simulando la fuga, facendosi inseguire dai nemici per poi bersagliarli con le frecce torcendo il busto all’indietro.
Contrariamente all’arco inglese, che aveva una potenza di tensione di 35 kg ed una capacità massima di gittata di poco più di 200 metri, l’arco mongolo può avere una potenza di tensione fino a 70 kg e la gittata fino a 300 metri.
L’arco si compone generalmente con di elementi: legno, nervo e corno. Viene teso molto più dell’arco inglese assumendo una forma di tre quarti di cerchio ed i rivestimenti di nervo e corno riprendono velocemente la posizione iniziale, dando alle frecce una propulsione maggiore.
Tutte le fasi delle gare di tiro, a cui possono partecipare anche le donne, sono accompagnate da specifici incitamenti verbali, cantilenati dagli arbitri e da tutti coloro che restano nei pressi del bersaglio.

 

La corsa a cavallo

I cavalieri sono alcune centinaia di bambini, maschi e femmine fino ai 12 anni. E’ una corsa sfrenata di 30 chilometri che porta dalla steppa alle porte della città il nugolo di piccoli cavalieri tra urla concitate e nuvole di polvere. Un’allegra tempesta che si abbatte repentina per la gioia di tutti!
I primi cinque arrivati vengono premiati tra la gioia dei presenti, ma i veri festeggiamenti non vanno ai piccoli atleti, ma ai cavalli che sono i veri eroi della gara e che vengono nominati, dopo esserne stati abbondantemente aspersi, “i cinque dell’Airak”, e a questi vengono dedicate poesie e canzoni.

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