Mongolia: Religione

I mongoli nel corso della storia hanno adottato come religione il buddismo tibetano, che coesiste e per certi aspetti è sincretico con le credenze ancestrali. Anche lo sciamanesimo, fortemente diffuso nei territori settentrionali, ha una parte fondamentale nella cultura spirituale, e si intreccia nelle sue interpretazioni sia con le visioni ancestrali che con la cosmologia buddista. La religione buddista ha avuto per secoli un ruolo anche fortemente istituzionale, ed è stata ispiratrice per le figure di riferimento storico più importanti; l’intima relazione tra i mongoli e i buddisti del Tibet si comprende già dal titolo mongolo di “Dalai” (oceano) dato al loro referente spirituale, e dalla potenza della figura di Zanabazar.
Dopo le distruzioni e gli eccidi provocati nel tentativo di obliterazione della mente religiosa durante i decenni di dominazione sovietica, è in corso oggi una forte ripresa dell’interesse che i mongoli hanno per queste loro preziose tradizioni.

 


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La religione ancestrale mongola

La religione ancestrale mongola considera l’esistenza di un essere superiore: Khokh Mong Tengher, cioè l’ ”eterno cielo azzurro”, l’essere supremo che dimora in cielo; Tengher in mongolo ha il doppio significato di Dio e di cielo.
L’Eterno Cielo Azzurro è autogenerato, ed ha quindi una statura nettamente superiore a tutti gli altri Tengher, di cui nella mitologia è il padre. I Tengher, equivalenti a dei o, più precisamente forse, a spiriti o entità, sono novantanove in totale, quarantaquattro ad oriente e cinquantacinque ad occidente, benché in alcune preghiere venissero citati altri tre Tengher a settentrione, portando il totale a centodue.
Tra i novantanove Tengher tradizionali v’è anche un gruppo speciale di trentatre, comandato da Khormusta, che per alcuni studiosi sarebbe una forma di Ahura Mazda, dio supremo degli iranici, spesso collegato con l’origine del fuoco. Molti degli dei sono riuniti in gruppi che li pongono in relazione ai fenomeni naturali, come ad esempio i cinque dei venti o i sette del tuono. Tra i tanti dei è interessante citare Tsagan Ebughen Tengher (Dio vecchio uomo bianco) che è stato anche incluso tra le entità buddiste e viene spesso rappresentato nelle danze rituali Tsam (Cham in tibetano).
Questa figura di vecchio saggio, patrono del bestiame, trova molte assonanze in altre culture, tra cui in quella europea con la figura di Babbo Natale.
Anche l’avvento del buddismo ha portato ad alcune aggiunte al pantheon indigeno, principalmente con Burghan Tengher (il Buddha), ed includendo anche una figura di origine indiana, Bisnu Tengher (Visnù).
Anche gli spiriti degli antenati sono oggetto di venerazione e tra questi in particolar modo lo spirito di Gengis Khan. Il panteismo ancestrale mongolo dedica una particolare attenzione al culto della natura, rivolgendo la devozione alla terra, al fuoco, ai fiumi e specialmente alle montagne.
E’ molto sentito il culto degli Ovöö, cumuli di pietre posti generalmente in luoghi di grande passaggio, che vengono arricchiti da ogni passante con un nuovo sasso o un piccolo oggetto e perfino sigarette e danaro o cocci di bottiglie. Il viandante dopo aver deposto il suo dono compie tre giri in senso orario attorno all’Ovöö, prima di proseguire il suo viaggio.
Il culto forse più importante è quello del fuoco, che in quanto deità è uno dei più antichi concetti religiosi dei mongoli, come pure di numerose altre popolazioni siberiane, centro-asiatiche ed iraniche.
L’adorazione del fuoco oggi, come ai tempi più antichi, è simboleggiata da una cerimonia che avviene gli ultimi giorni dell’anno lunare, con l’offerta di un osso di pecora e la recitazione di speciali inni ed invocazioni. Ancor oggi la valenza mistica del fuoco, il cui culto è stato integrato nel credo buddista, è ancora viva persino tra coloro che non seguono nessuna religione, nella forma di regole sociali e di superstizione: in Mongolia il fuoco non si può spegnere con l’acqua, non deve essere calpestato, non si può orinarvi sopra, non vi si possono gettare rifiuti né di cibo né di altro. Ancora oggi il fuoco rappresenta la continuità della tradizione famigliare.

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Lo sciamanesimo

Lo sciamanesimo esiste in una miriade di contesti etnici e religiosi differenti, ma pur non essendo un aspetto specifico dalla religione ancestrale mongola si adattò perfettamente a questa ed anche alla permeazione culturale del buddismo tibetano, un fatto questo avvenuto nello stesso Tibet e in tutte le regioni himalaiane.

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Buddismo in Mongolia: la prima conversione

Secondo la tradizione già Gengis Khan, il grande conquistatore mongolo, si era interessato al buddismo tibetano. Nel mezzo del suo crescente potere, che lo avrebbe portato a conquistare il più vasto impero della storia umana, avrebbe inviato una lettera all’abate che a quel tempo si trovava a capo dell’ordine Sakya in Tibet sollecitandone la protezione spirituale. L’imperatore mongolo mostrò, nei confronti del popolo tibetano e dei suoi capi religiosi, una benevolenza inusuale, abituato com’era a dominare il mondo con il pugno di ferro.
Verso il 1230 il figlio terzogenito del grande conquistatore Ogoday divenuto, alla morte del padre, Gran Khan dei mongoli, sembra volesse invitare alla sua corte di Karakorum, nel cuore del suo impero, Sakya Pandita, abate dell’ordine tibetano dei Sakyapa. Certo è comunque che il figlio di Ogoday, Godan, nel 1244 invitò il grande Lama con l’intento di farsi guarire da una pericolosa malattia. Successivamente, durante il dominio di Guyuk Khan sarebbero giunti a corte alcuni rappresentati dell’ordine karmapa. A parte questi episodi, sotto i primi successori di Gengis Khan il clero buddista non acquisì una posizione realmente influente.
La situazione cambierà con Khubilay Khan che nel 1261 chiamò a Pechino, dove aveva trasferito la sede dell’impero, il nipote di Sakya Pandita, Phagpa, che elesse a suo maestro e dal quale si fece conferire le consacrazioni rituali. Tra il Khan ed il religioso tibetano nacquero in seguito alcuni attriti, che vennero però sanati dalla mediazione dell’imperatrice, tanto che Khubilay nominò Phagpa capo supremo degli ordini buddisti del Tibet, conferendogli i titolo di “Maestro dell’imperatore, re delle grande e preziosa dottrina, degnissimo Lama e re della dottrina dei tre paesi”. Il Gran Khan fece inoltre erigere a Pechino una serie di monasteri.
Anche i successori di Khubilay continueranno a distribuire favori ai religiosi buddisti, ma la conversione riguarderà in quel primo tempo solo i Khan e parte della loro corte, mentre il popolo continuerà a seguire la religione ancestrale e lo sciamanesimo.
Nel 1368 l’ultimo imperatore mongolo, Toghon Temur, fu cacciato da Pechino con tutto l’esercito mongolo ed i nuovi imperatori cinesi perseguiteranno i credenti e i religiosi del buddismo tibetano presenti nel territorio imperiale

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Buddismo in Mongolia: la seconda conversione

Quando i discendenti di Gengis Khan ritornarono in Mongolia nel 1368 non riuscirono a mantenere il potere, poiché si trovarono a dover affrontare l’ostilità degli Oriati, o mongoli occidentali, un tempo alleati del Conquistatore Oceanico. La rissosità generava altra rissosità ed anche i mongoli orientali iniziarono a combattere tra loro, ed in quel clima di violenza e disunione anche i principi buddisti furono dimenticati ed i capi mongoli ripresero il loro credo ancestrale.
Anche in Tibet in quegli anni vi era una situazione di contrasti che si esprimeva a volte in aperte lotte tra gli ordini monastici, che erano legati a diversi gruppi di nobili, e la religione era presa spesso come pretesto per lotte di potere. In questa situazione di progressiva degenerazione apparve Tsonkhapa, il riformatore. Nato nel 1357, fin dalla più tenera età colui che avrebbe fondato l’ordine riformato dei Ghelugpa si distinse per l’attitudine alla vita spirituale; quando morì nel 1419 lasciò un ordine monastico ben costituito che ebbe una forte relazione con i mongoli. Fu da questa scuola che ebbe origine l’istituzione dei Dalai Lama, e il primo di questi, riconosciuto retrospettivamente, sarà Ghedundrup, nipote di Tsonkhapa.
Altan Khan (1543-1582), uno dei pretendenti all’eredità politica di Gengis Khan, ma che era sfortunatamente nato al di fuori della sua discendenza, dopo aver vittoriosamente combattuto ed assoggettato buona parte della Mongolia, si convertì al buddismo. Nel 1577 Altan Khan invitò il Lama tibetano Sonan Gyatso ad incontrarsi con lui nel territorio di Ordos nella Mongolia meridionale. Il religioso era un monaco Ghelugpa appartenente al lignaggio di Tsongkhapa. Il Khan nominò il monaco Dalai Lama (come terzo, con effetto retroattivo sui suoi due predecessori dello stesso ordine). In mongolo “Dalai” significa “oceano”, ed in questo modo si compì la profezia del Lama Sakyapa Phagpa, il quale aveva predetto a Khubilay che essi si sarebbero incontrati nuovamente in una vita futura dove il tibetano sarebbe stato l’acqua (Dalai), ed il Khan l’oro (in mongolo Altan). Per questa ragione Altan Khan venne riconosciuto dal Lama quale reincarnazione di Khubilay, legittimando in questo modo le sue pretese al trono. Con questo riconoscimento il Khan poteva dirsi appartenente alla famiglia Gengiskhanide.
Alla morte del terzo Dalai Lama nel 1588 venne riconosciuto quale sua reincarnazione, e quindi come quarto Dalai Lama, il pronipote di Altan Khan, Ynten Gyatso.

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Zanabazar, il grande Abate della Mongolia

Abdai, un capo mongolo dell’etnia Khalka della Mongolia centrale, fondò un proprio khanato, il Tüshet, e nel 1586 iniziò la costruzione del primo dei monasteri mongoli: Erdene Zuu. Il nipote di Abdai Khan, Gombodorji (1594-1655), diretto discendente di Gengis Khan, nominò suo figlio ancora infante capo della fede in Mongolia. Il bimbo, di nome Zanabazar (1635-1723), passò i suoi primi anni in Mongolia e nel 1649 partì per il Tibet dove ricevette insegnamenti ed iniziazioni. A Lhasa venne riconosciuto dal quinto Dalai Lama come la reincarnazione del grande Taranatha, il cui lignaggio risaliva fino ad un discepolo del Buddha storico.
Rientrato, assunse pienamente la sua posizione di capo dell’ordine monastico buddista in Mongolia con il titolo di Jetsun Dampa Khatukhtu ed il ruolo di terza autorità religiosa in assoluto nell’ambito dell’ordine dei Ghelugpa, dopo il Dalai Lama ed il Panchen Lama.
Oltre alla religione, Zanabazar si dedicò alla letteratura ed alla linguistica inventando anche un alfabeto, chiamato Soyombo, per la trascrizione dei testi tibetani e sanscriti nella fonetica mongola; eccelse anche come scultore, il massimo della Mongolia.
Tutte le sue successive incarnazioni nacquero in Tibet e da lì furono inviate in Mongolia.
L’ottavo Jetsun Dampa fu l’ultimo prima dell’avvento del socialismo in Mongolia, ed estese la sua influenza anche in campo politico e temporale, divenendo ufficialmente il Bogdo Khan (Santo Khan); combatté per l’indipendenza dal dominio cinese cercando anche di opporsi, inutilmente, ai movimenti filosovietici che riuscirono invece ad imporsi e relegarono il religioso ad essere una figura meramente rappresentativa, non osando però detronizzarlo ufficialmente. Morì nel 1924.
L’identità del nono Jetsun Dampa, anch’egli tibetano, fu tenuta segreta fino al 1991 a causa del clima pesantemente antireligioso del regime in Mongolia. Oggi vive a Dharamsala in India, esule presso il legittimo governo tibetano in esilio.

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Religione in Mongolia durante la dominazione sovietica

Quando nel 1921 la rivoluzione contro il dominio cinese portò al potere i comunisti, questi si resero conto che il sentimento religioso era così radicato nell’animo del popolo mongolo che non sarebbero riusciti ad estirparlo se non a rischio di sommosse, che avrebbero potuto essere facilmente fomentate dai potenti monasteri, che detenevano anche la quasi totalità del potere economico.
Fu solo nel 1924, dopo la morte del Bogdo Khan, che il governo iniziò la sua opera di ateizzazione della società mongola. Il primo passo fu vietare la ricerca di una nuova incarnazione dello Jetsun Dampa, quindi nel 1929 iniziarono le confische dei beni e delle immense proprietà anche zootecniche dei monasteri. Nel 1932 iniziarono gli arresti e le esecuzioni, che ebbero il massimo della loro virulenza tra il 1935 al 1937, quando la polizia segreta del dittatore Khorloogiin Choibalsan, fedele alleato di Stalin, procedette ad una persecuzione sistematica facendo irruzione nei monasteri dove sparirono senza lasciar traccia circa 17000 mila tra monaci, Lama e studenti. I monasteri furono saccheggiati e distrutti, solo quattro degli oltre settecento furono risparmiati. Ad Ulaan Baatar il monastero di Gandan fu mantenuto funzionante alla stregua di un museo del passato, e tutte le cerimonie rimasero proibite fino al 1990.
Durante questo tremendo periodo, al buddismo venne dato dal regime un ruolo utilitaristico nella politica estera del paese, come ponte con i paesi, comunisti e non, dell'Asia orientale e del sud-est asiatico. Ulaan Baatar era il quartier generale della “Conferenza Asiatica Buddista per la Pace” che organizzò diversi incontri tra i buddisti di Giappone, Vietnam, Bhutan, Cambogia, Sri Lanka ed altri paesi. La Conferenza pubblicava un giornale ed era in contatto con diverse organizzazioni, tra cui anche la Chiesa Ortodossa Russa.

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La religione nella Mongolia moderna

Oggi, con il nuovo regime democratico, vi è uno straordinario ritorno al sentimento religioso, non solo buddista; i monasteri sono nuovamente aperti, si ristrutturano quelli distrutti, e se ne aprono di nuovi. Nel 1921 in Mongolia vi erano 100.000 monaci distribuiti in 700 monasteri; nel 2007 si contavano circa 1000 monaci e 90 tra templi e monasteri, di cui alcuni consistono semplicemente in una gher. Il monastero di Gandantegchinlen rimane il maggiore, con circa 150 monaci che danno vita ad una sorta di università buddista. In Mongolia si trova anche una moschea nella provincia occidentale di Bayan Ulgii, dove risiede la minoranza islamica dei kazaki, e si trovano alcuni luoghi di culto Bahai e varie chiese cristiane che si occupano dei 15.000 convertiti al cristianesimo, appartenenti a tutte le manifestazioni di credo, dai cattolici ai mormoni. In questo ambito, alcune delle organizzazioni nordamericane avevano lasciato un poco perplessi quando iniziarono ad offrire un premio di 100 dollari a chi si convertiva… In ambito più tradizionale, il numero dei mongoli che si avvicinano alla vita monastica oggi è in costante aumento. La comunità tibetana in esilio sta cercando di fare il possibile per essere d’aiuto; ad esempio, presso il monastero di Drepung in India vi è un grande gruppo di giovani mongoli che sta studiando per diventare Ghesce (dottore in filosofia buddista) e alcuni Lama di riferimento visitano periodicamente la Mongolia per tenere insegnamenti, tra cui Panchen Otrul e Jadho Tulku Rimpoce.

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Architettura templare in Mongolia

Con l’avvento del buddismo in Mongolia si rese necessaria la costruzione di templi. All’inizio questi altro non erano che grandi gher, le tipiche tende mongole, in grado di seguire i pastori nelle loro transumanze. Man mano che la religione si diffondeva si sentiva la necessità di templi più spaziosi per contenere i fedeli e per meglio adattarsi ai principi del buddismo che attribuisce particolare significato ai punti cardinali ed agli angoli. Le grandi gher utilizzate come templi in un primo tempo mantennero la forma circolare, quindi iniziarono ad essere poggiate su basi poligonali e successivamente furono quadrate con il tetto piramidale in seguito. Scomparvero i rivestimenti in feltro per essere sostituiti da veri e propri graticciati di legno.
Nel XVII secolo, oltre allo svilupparsi dell’architettura tradizionale mongola, divenivano anche sempre più popolari gli stili cinese e tibetano e cominciavano ad essere usati anche pietra e mattoni per la costruzione. Il tipico stile mongolo manteneva come base la peculiare struttura della gher, con l’entrata rivolta a sud, la struttura spesso in legno, il tetto conico decorato con motivi tradizionali. L’influenza tra lo stile locale mongolo e quello tibetano e cinese fu comunque reciproca e diede così origine a particolari stili misti di notevole interesse architettonico, quindi: stile mongolo-tibetano, mongolo-cinese, tibetano-cinese, oltre ovviamente a quelli di puro stile mongolo, tibetano e cinese.
Per semplificare, si potrebbe dire che in Mongolia si presentavano essenzialmente tre tipi di templi, ognuno dei quali, a seconda dello stile, aveva una differente funzione: Kurè, tipicamente mongolo derivato dalla gher, era un monastero itinerante; Kejid, ispirato alla tradizione tibetana, era invece un monastero fisso; e Sume, ispirato alla tradizione cinese, era anche esso un monastero fisso.
A partire dal 1990 con il rifiorire della religione si è iniziato a restaurare dove possibile i templi distrutti, o costruirne di nuovi nei pressi delle rovine di quelli antichi, ma i lavori di restauro sono lenti a causa della mancanza di fondi. Nella capitale i monasteri che durante il periodo sovietico furono trasformati in musei sono rimasti tali, ma ne sono sorti molti nuovi di piccole dimensioni che hanno la funzione di tempio di quartiere.

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