Gengis Khan e l'Impero Mongolo
Gengis Khan e l'Impero mongolo - Amitaba
L'Impero mongolo nel 1300

La Mongolia conserva l'eredità del più grande impero che il mondo abbia mai visto e del più geniale condottiero della storia, Gengis Khan. Sopravvivono ancor oggi nella memoria di questo popolo le gesta di questo suo venerato antenato, che riunì gran parte dell'Asia e dell'Europa orientale, dal Pacifico alle Alpi e dal Mar Artico all'isola di Giava. Un impero che si distinse, oltre che per la vastità del territorio e le temute crudeltà delle sue genti, per la straordinaria stabilità, sicurezza e tolleranza che si erano venute a creare al suo interno. La “pax mongolica” rese possibile il fiorire dei traffici sulle grandi vie carovaniere tra Oriente ed Occidente, come ci racconta anche Marco Polo ne Il Milione.


INDICE DELLA PAGINA


 

L’infanzia e la giovinezza

In Mongolia è stato ufficialmente fissato nel 1162 il controverso anno di nascita di colui che sarebbe divenuto l’Imperatore Oceanico: Gengis Khan. Il padre, Yesugay Bahadur (il cui nome significa “il valoroso”), discendeva da una stirpe di oscuri capotribù del glorioso clan dei Borgighin (gli “occhi grigi”), appartenenti ad un non meno oscuro popolo, quello dei Mongoli, dei quali era riuscito a riunire attorno a sé alcune tribù. Yesugay Bahadur aveva sposato Houlun, da lui rapita ad un capo merkit durante una scorreria, che attendeva il futuro Signore del Mondo quando Yesugay partì per una spedizione punitiva contro gli eterni nemici, i Tatar. Mentre stava tornando vittorioso dalla moglie, portando con sé prigioniero il capo dei nemici che si chiamava Temujin-uga, apprese della nascita del suo primogenito e per festeggiare la vittoria, volle dare al nuovo nato il nome del capo Tatar catturato.
Temujin era ancora un bambinetto quando Togrul Khan, re dei Kerait, detto il “Signore del Gobi”, inviò messaggeri a Yesugay per sollecitarne l’aiuto contro uno zio usurpatore. L’invito venne accolto e Yesugay aiutò Togrul Khan a riconquistare il trono; per sancire vittoria ed alleanza bevvero una coppa dove erano mischiate delle gocce del loro sangue, divenendo anda (fratelli di sangue).
Quando Temujin aveva solo nove anni partì con il padre per recarsi presso la tribù degli Qonghirat, il cui capo Dajsescen aveva una figlia, Borte, che doveva divenire la sposa del giovane mongolo. Secondo le tradizioni mongole, Temujin sarebbe rimasto nell’ordu (accampamento di yurte) di Daj il Saggio ad attendere fino a quando Borte non avesse raggiunto il quattordicesimo anno, l’età minima per sposarsi. Fu però presto raggiunto da un membro della sua tribù perché Yesugay stava morendo a causa di un avvelenamento procuratogli da una tribù di Tatar presso la quale si era fermato durante il viaggio di ritorno e dove, ingenuamente, aveva accettato del cibo.
Con la morte di Yesugay scompariva il capo che, senza essere stato nominato Khan, era riuscito a tenere sotto le insegne dei Borgighin gran parte delle tribù mongole. Nonostante gli sforzi della vedova Houlun e dello stesso Temujin, il grande ordu di quarantamila tende cominciò a disgregarsi. I primi ad abbandonare il campo furono i Taicigut, i cui capi Targutay e Todoyen vedevano nella morte di Yesugay l’occasione per stabilire l’egemonia del loro clan.
Presto abbandonati da tutti, Houlun e la sua famiglia iniziarono una vita di privazioni e di stenti. Fu in quel periodo della sua vita che Temujin fece amicizia con un altro ragazzo, Jamuqa, che pur se ripudiato dal padre apparteneva alla nobile stirpe dei Giudarani. I due ragazzi fecero tra loro il solenne rito della fratellanza di sangue, divenendo così anda.
Tre anni erano trascorsi da quando i Taicigut si erano allontanati, quando il loro capo Targutay decise di eliminare ogni eventuale ostacolo alla sua supremazia imprigionando Temujin. Il giovane Borgighin fu così messo alla kanga (gogna) e affidato ogni notte ad una famiglia differente perché fosse umiliato e dileggiato. Sennonché, in occasione del giorno di festa del plenilunio del primo mese d’estate, Temujin fu affidato ad un giovane di poca forza dal quale si liberò colpendolo sul capo con la gogna, riuscendo poi a nascondersi lungo il vicino fiume Onon. Mentre tutti lo cercavano, raggiunse la yurta di Sorqan-shira della tribù dei Suldus, il quale gli tolse la kanga, con l’aiuto dei figli Cimbaj  e Cilagun, e lo nascose in un carro di lana appena tosata. Quando le ricerche del fuggitivo cessarono, Sorqan gli fornì una cavalla ed un arco perché potesse tornare dalla sua famiglia.
Una mattina una masnada di predoni, approfittando dell’assenza di Temujin, rubò alla sua famiglia otto sauri. Temujin, con l’unico cavallo rimasto, si gettò all’inseguimento dei predoni e lungo il cammino incontrò un altro ragazzo, Bogorchu, della stirpe degli Adulati, che gli offrì disinteressatamente il proprio aiuto. Dopo giorni d’inseguimento i due nuovi amici riuscirono a recuperare i cavalli. La voce delle imprese di Temujin si sparse nella steppa ed alcuni clan cominciarono a raggiungere il suo accampamento per mettersi sotto la sua protezione. Fu allora che il giovane mongolo partì per l’accampamento dei Qonghirat per mantenere la sua promessa di matrimonio con Borte e dove, quale regalo di nozze, ricevette una preziosa pelliccia di zibellino nero, che diplomaticamente decise di dare in dono a Togrul, il Khan dei Kerait, il vecchio anda (fratello di sangue) del padre. L’anziano Khan accettò il dono e gli promise la sua protezione. La notizia dell’amicizia con Togrul Khan aumentò il prestigio del Borgighin ed in poco tempo diecimila tende si unirono a Temujin.
L’anno seguente l’ordu di Temujin subì l’attacco dei Merkit che rapirono Borte. Temujin si risolse a chiedere l’aiuto di Togrul Khan e del suo anda Jamuqa che, nel frattempo, aveva riunito sotto il suo comando ventimila tende. Le tre orde unite, forti di quarantamila uomini, attaccarono l’accampamento dei Merkit, che fu distrutto. Dopo aver trascorso almeno due stagioni nel campo dei Merkit, Borte fu ritrovata visibilmente incinta; quando nell’inverno partorì, al figlio venne imposto il nome di Joci, l’ospite, poiché non era certo che fosse il figlio naturale di Temujin, ma, nonostante il dubbio, il neonato fu accolto come un vero Borgighin.
Ora Temujin e Jamuqa, uniti, formavano una specie di diarchia sotto la quale si riunivano le orde mongole. Il sodalizio tra i due non poteva però durare a lungo e con il sopraggiungere dell’estate si separarono: così Temujin si ritrovò al comando di sole diecimila tende.

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Il Khan dei Mongoli

Nel 1186 Temujin venne eletto, appoggiato dagli sciamani, Khan dei Mongoli. La nomina a Khan risvegliò l’invidia di Jamuqa, che decise d’attaccare di sorpresa il Borgighin. Temujin era però stato avvertito delle intenzioni del suo vecchio anda e non si fece cogliere impreparato. La battaglia si risolse senza grandi danni da entrambe le parti, ma questo episodio fu il primo di una lunga serie che si protrasse per sette anni. L’anno seguente il giovane Khan combatté contro i vecchi nemici Taigicut ottenendo una vittoria schiacciante.
Temujin aveva consolidato il suo potere quando, nel 1194, il re dei Jurcet, che dominava la Cina settentrionale, gli chiese un aiuto per liberarsi dai Tatar, che con le loro continue scorrerie dissanguavano il suo regno. Per Temujin era l’occasione per vendicarsi di coloro che gli avevano ucciso il padre e per entrare in contatto con il regno dei Jin, miraggio di tutti i barbari del nord. Accordatosi con Togrul Khan, i due eserciti uniti marciarono contro i Tatar sconfiggendoli. Grato del servizio resogli, il sovrano cinese insignì Togrul Khan del titolo di Wang (principe), e Temujin con un titolo paragonabile a “condottiero di centurie”. L’anno seguente Temujin aiutò Togrul Khan a riconquistare il trono usurpato dal fratello e questo rinsaldò il sodalizio tra loro; infatti li vedremo, per un certo tempo ma a fasi alterne, combattere assieme contro nemici comuni.
Dal 1195 al 1200 il Khan mongolo combatté e sconfisse i popoli Giurkini, Merkiti, Naimani e Taiciuti; nel 1201 le etnie Naimani, Tatar, Merkiti del basso Selenghe, Taiciuti, Dorbeni e Oirati, che resistevano alla signoria del mongolo, si unirono in una lega scegliendo come loro capo il vecchio anda di Temujin, Jamuqa, che fu eletto Gur-Khan (Khan assoluto). Informato dal proprio “servizio segreto” dell’imminenza del conflitto, Temujin si preparò allo scontro dal quale uscì vittorioso, nonostante avesse rischiato di morire a causa una freccia alla gola. Fu uno dei suoi uomini più vicini, Jelme, ad assisterlo per tutta una notte ed a salvargli la vita. Tra i prigionieri nemici vi era anche un abilissimo arciere che nel corso di una battaglia aveva colpito il cavallo del Khan mongolo. Temujin, riconosciutolo, lo volle tra i suoi fidi e gli impose il nome di Jebè (la freccia). In quel mentre, l’ambiguo Jamuqa fu raggiunto dall’esercito di Togrul, ma con un rapido voltafaccia gli si sottomise, passando nelle sue fila.
Nel 1202, giunge il momento per Temujin di vendicarsi definitivamente dei Tatar in uno scontro violentissimo che lo vide vincitore. I Tatar vennero tutti uccisi o fatti prigionieri, sparendo per sempre da quelle regioni come entità etnica.
Temujin era l'indiscusso Khan dei mongoli quando nel 1203 Jamuqa, Togrul Khan ed il di lui figlio Nilqa, preoccupati per il suo crescente potere, decisero di assalirlo di sorpresa. L’efficiente servizio segreto del Khan mongolo lo avvertì dell'attacco la sera precedente ed egli diede ordine di abbandonare immediatamente l’accampamento, dove rimasero però solo alcuni fedeli incaricati d’accendere i fuochi per far sembrare il campo ancora abitato. Quando i Kerait lo attaccarono, trovarono solo yurte vuote, mentre le forze di Temujin continuavano la loro ritirata, attestandosi sulla  cima di una collina ad osservare i Kerait che avevano forze almeno dieci volte superiori alle loro. Con un rapido dietrofront piombarono sui nemici, dando luogo ad una cruentissima battaglia alla quale seguì una nuova ritirata dei Mongoli; i Kerait, anch’essi decimati nella battaglia, non li inseguirono.
Con l’arrivo dell’autunno Temujin, ripresosi dagli sforzi del violentissimo scontro, decise che era giunto il momento di liberarsi definitivamente dall’infido Togrul. Fece pertanto circolare la voce che i Mongoli non si erano ancora ripresi dai violenti scontri, che disuniti e demoralizzati non trovavano la forza per reagire e che lo stesso Temujin era scomparso. Una sera, mentre i capi Kerait festeggiavano, una freccia infuocata bucò l’oscurità. Era il segnale convenuto: i Mongoli, come sorti dal nulla, piombarono sull’accampamento nemico ingaggiando una feroce battaglia. La lotta durò giorni interi, ma alla fine la vittoria arrise ai Mongoli, anche se Togrul riuscì a fuggire verso le frontiere dei Naiman, dove però fu poi ucciso.
Il solito Jamuqa tramava ancora e formò una nuova lega con i Naiman, i Kerait non sottomessi e gli Oirat, per sconfiggere Temujin. Il giorno del plenilunio d’estate del 1204 l’orda mongola si pose in cammino, giungendo ai monti Altai, dov’erano accampati gli ottantamila guerrieri della lega di Jamuqa. I Mongoli ebbero l’ordine di accendere ognuno cinque fuochi per far credere al nemico d’essere una quantità soverchiante. I Naiman contrattaccarono, ma il loro morale era vacillante, la loro animosità smorzata e cedettero pertanto alla furia dei Mongoli. La battaglia proseguì anche l’indomani e vide la vittoria dei Mongoli. Jamuqa riuscì a fuggire con pochi fedeli, ma qualche mese dopo venne catturato e ucciso.

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L’Imperatore Oceanico

Il 9 maggio 1206 i principi ed i generali giunti dal deserto, dalla steppa e dalla taiga per un grande Quriltay (consiglio dei capi) conferirono a Temujin il titolo di Gengis Khan (Imperatore Oceanico).
Ora che aveva pacificato e riunito sotto il suo tugh (l’insegna di guerra) i popoli della steppa, Gengis Khan poteva volgere lo sguardo verso i popoli che vivevano nelle città e, nell’autunno del 1207, mosse il suo esercito alla conquista del regno degli Hsi-hia. L’avanzata mongola non conobbe ostacoli ed il re Li-Ngam-Tsuam accettò di buon grado la proposta del Khan di pagargli un tributo annuale in cambio della ritirata dei Mongoli, tributo che però non fu mai pagato, obbligando così i Mongoli a marciare nuovamente contro il regno e ad assoggettarlo riducendolo a stato vassallo.
Nel 1209 Bartsug, re degli Uiguri, ruppe il vassallaggio dall’imperatore Qara-Qitai e si sottomise a Gengis Khan. Nella primavera del 1211 avendo l’Imperatore cinese Jin rifiutato sdegnosamente di sottomettersi a Gengis Khan, dovette subire l’attacco delle armate mongole. Per la prima volta i mongoli si trovarono a dover conquistare delle vere e proprie fortezze e ciò li costrinse a soprassedere e, nell’autunno del medesimo anno, il grosso delle truppe mongole ritornò nella steppa, pur continuando sporadiche azioni di disturbo.
Quando nell’estate del 1213 capitolò finalmente la fortezza di Siuan-Hua, l’imperatore mongolo puntò verso Pechino, anche perché nel frattempo una congiura da parte dei generali cinesi aveva portato all’uccisione dell’imperatore Jin ed all’intronizzazione del principe-fantoccio Sinan-tsang. L’anno successivo tre tronconi dell’esercito mongolo si ricongiunsero nella piana antistante Pechino, da dove Gengis Khan inviò un’ambasciata al Re d’Oro offrendogli la pace in cambio di un tributo annuo.
Sulla via del ritorno l’Imperatore Oceanico apprese che il re Jurcet aveva abbandonato Pechino per reclutare eserciti, tradendo così gli impegni presi. Perciò nella primavera del 1215 Gengis Khan decise che era giunto il momento di eliminare definitivamente la resistenza Jin e dette ordine al generale Muqali di porre Pechino sotto assedio, la quale capitolò nel maggio successivo. La Cina settentrionale cadeva pertanto sotto il dominio mongolo, ma sarà il nipote di Gengis Khan, Khubilai Khan, che conquisterà definitivamente tutta la Cina, trasferendovi la capitale dell’immenso impero mongolo.
Cogliendo l’occasione dell’usurpazione del trono del Gur-Khan del Qara-Qitai da parte di un capo Naiman, Gengis Khan intervenne in quella regione annettendola e si trovò pertanto a confinare con il più grande e potente Impero musulmano dell’epoca: il Khorezm, su cui regnava Ala ud-Din Mohamed Sha. L’impero maomettano, che aveva per capitale Urgenc nell’odierno Uzbekistan, si estendeva, oltre che alla Corasmia ed alla Bactriana, su buona parte degli attuali Iran ed Afganistan, confinando a nord con il lago d’Aral e parte del Caspio ed a occidente con il golfo Persico, protendendosi fin quasi al fiume Indo.
Una carovana di mercanti mongoli depredata nell’impero islamico, senza che venisse data soddisfazione alle proteste di Gengis Khan, fu l’occasione per quest’ultimo per dichiarare guerra a Mohamed Sha. La preparazione della campagna contro il Khorezm, che poteva contare su una forza militare enormemente superiore a quella mongola, fu accuratissima e il contingente mongolo partì agli inizi del 1219. Nonostante alcuni scontri periferici che videro crollare cittadelle e piazzeforti, lo Sha si sentì relativamente sicuro nella capitale, circondato dal suo potente esercito. Le città di Samarcanda e Bukara erano in posizione strategicamente perfetta, e si pensava che i mongoli sarebbero potuti arrivare solo da est, dove le preponderanti forze dello Sha li avrebbero potuti annientare. Infatti a sud vi erano gli altissimi ed invalicabili monti del Pamir ed a nord le tremende sabbie rosse, un deserto di sabbie mobili che non permetteva il passaggio ad alcuno, mentre il nord est era pattugliato metro per metro lungo il fiume Sefarscian. Nella primavera del 1220 a Mohamed Sha giunse la prevista notizia che il contingente mongolo marciava verso la capitale proveniente dalla fortezza di Khogend ad oriente, ma presto arrivò anche la notizia che un altro contingente mongolo aveva valicato la catena del Pamir e stava giungendo da sud. Lo Sha mobilitò rapidamente le riserve per fronteggiare il nuovo pericolo, quando una nuova incredibile notizia raggiunse Samarcanda: da occidente proveniva il grosso dell’orda con appresso anche macchine da guerra, e Gengis Khan in persona stava marciando su Bukara e Samarcanda.
Resta ancora un mistero come un grosso contingente con macchine da guerra al seguito abbia potuto superare le sabbie rosse provenendo da nord e superando lo Syr-Daria.
Bukara e Samarcanda furono accerchiate dalle forze mongole e dovettero arrendersi. Mohamed Sha, in fuga, venne catturato e morirà dopo poco su un’isola del Caspio.
Mentre i Mongoli continuavano l’opera di consolidamento delle proprie conquiste, un contingente guidato dai fedeli Jebe e Subotay partì per una cavalcata verso i confini dell’ignoto Occidente, e Subotay non dimenticherà quelle scorrerie quando, alcuni anni dopo, guiderà i Mongoli alla conquista dell’Europa.

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L’ultima cavalcata dell'Imperatore Oceanico

Consolidate le conquiste, Gengis Khan lentamente iniziò a percorrere la strada del ritorno verso la steppa per raggiungere i vassalli Hsi-Hia che si erano rifiutati di fornire un contingente per la campagna contro Mohamed Sha e che pertanto meritavano d’essere puniti per la loro disobbedienza. Nella primavera del 1226 le insegne imperiali accompagnavano il Khan nel territorio degli Hsi-Hia. Durante una battuta di caccia il Khan cadde da cavallo e le conseguenze lo fecero spirare il 18 agosto 1227.
La morte del Khan venne tenuta segreta fino alla definitiva riconquista del regno Hsi-Hia, quindi i messaggeri partirono al galoppo per portare a principi e generali la ferale notizia, fino ai confini dell’Impero Mongolo. Il corpo dell’Imperatore Oceanico venne mummificato, avvolto in drappi e posto in cinque feretri, uno nell’altro, issato su un grande carro trainato da cavalli bianchi e portato nell’estremo viaggio, per la sepoltura, in una località tuttora segreta alle pendici del sacro monte Burqan-khaldun.
Gengis Khan ebbe da varie mogli e concubine numerosi figli e figlie, a ciascuno dei quali vennero assegnati titoli e guerrieri, ma per i 4 figli maschi avuti da Borte, la prima e principale moglie, furono riconosciuti i più alti onori ed il diritto di successione per le cariche più rilevanti. Questi 4 erano: Joci, Ogodei, Chagatai e Tolui.
Fu il secondo genito, Ogodei, a ereditare il grande impero del padre, diventando il Gran Khan.

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