Mongolia: Cenni storici

 

Breve riassunto dei principali eventi storici della Mongolia, terra abitata da un popolo nomade che riuscì a conquistare il mondo.


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Le origini

Recenti ricerche hanno portato alla luce dei resti che indicano che la Mongolia era abitata a partire dall’epoca neolitica. Prima dell’era cristiana, secondo le fonti più documentate, vi erano almeno dieci tribù nomadi che si contendevano il dominio di un territorio che si estendeva fino a Hohhot, l’attuale capitale della regione mongola sotto il dominio cinese. Fra queste, quelle che hanno avuto un maggior rilievo storico sono quelle degli Unni, che calarono in Italia nel V secolo, e dei turchi. Periodiche ondate di nomadi si spostavano su di un territorio che spaziava dal lago d’Aral ad ovest fino alla Manciuria ad est, e dal lago Baikal a nord fino alla grande muraglia cinese a sud. Nei loro sconfinamenti si abbattevano sulle popolazioni agricole facendo stragi, razziando ed occupando le terre, ma spesso finivano con l’assorbirne la cultura e le strutture sociali. Grazie al loro nomadismo ebbero un importante ruolo nel far da tramite tra le diverse culture, consentendone la diffusione su di un vasto territorio.

 

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L’Impero Mongolo

Nel 1162 (la data non è certa) nasceva col nome di Temujin, da una famiglia aristocratica ma non abbiente, il futuro Gengis Khan, che seppe riunire sotto di sé le bellicose e combattive tribù mongole, elaborando una strategia di guerra mobile e veloce che non si limitava alla pura e semplice razzia, ma che era il preludio di una stabile dominazione. Nel 1206, avendo sfruttato abilmente le discordie degli avversari e mostrato un carisma eccezionale, riuscì ad accorpare tutte le tribù sotto il suo comando, trovandosi così a capo di un impero che organizzò introducendo un sistema meritocratico per l’attribuzione delle cariche politiche e militari.
Khubilai Khan, erede di Gengis Khan, completò la conquista e l’unificazione della Cina soggiogando i regni dei principi cinesi Xixia, Liao e Kin, e fondò la dinastia Yuan. Nonostante questa sia durata solo un secolo (1271-1368), il periodo di relativa tranquillità che la caratterizzò ebbe un influsso positivo sull’economia e sugli scambi culturali con le altre regioni del mondo.
Fra la seconda metà del XIV ed il XVII secolo seguì un periodo molto confuso. Nel 1368 l’ultimo imperatore della dinastia Yuan lasciò Pechino, dove i mongoli avevano posto la capitale dell’impero, trasferendosi a Karakorum, nella Mongolia centrale. La dinastia cinese Ming, approfittando delle lotte di potere che a partire dal 1388 si svilupparono fra le varie famiglie aristocratiche mongole, iniziò una politica di aggressione ed erosione dell’unità nazionale mongola. Una tregua venne ottenuta con l’avvento al potere di Altan Khan (1507-1583), il quale oltre a ridare alla Mongolia l’aspetto di uno stato sovrano, accettando il titolo di principe Shunyi dall’imperatore Ming, garantì uno sviluppo sereno delle relazioni. Fu durante il suo regno che si diffuse il buddismo tibetano.

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Influenza della Cina

Successivamente, con l’avvento in Cina della dinastia Qing, i Manciù sottomisero una dopo l’altra le tribù mongole a sud del deserto del Gobi. Nacque così la divisione fra Mongolia Interna e Mongolia Esterna: è con il termine “esterni”, infatti, che l’imperatore Qing definì i territori mongoli che non era riuscito a conquistare. Da quell’epoca i destini delle due regioni, poste a nord e a sud del “grande deserto”, si divisero trovandosi ad essere riunite solo per brevi periodi. Nel 1691 i governatori cinesi Manciù stabilirono la propria sede ad Ulaanbaatar, che allora si chiamava Urga da una probabile corruzione della parola russa “orgoo” (palazzo), riferita quasi sicuramente al monastero di Gandan che ne formava il centro principale.
L’ingresso della cultura buddista nel XVI secolo portò ad un progressivo e radicale cambiamento. Lo sviluppo della cultura monastica venne favorito dall’autorità politica, tanto che nei monasteri affluiva una buona parte delle risorse e delle ricchezze, e una parte significativa degli uomini si dedicava alla vita monacale, arrivando a costituire nel XIX secolo quasi la metà della popolazione maschile. In questa politica alcuni storici hanno visto un lungimirante disegno cinese per evitare il ricrearsi di un potere locale autonomo che li potesse contrastare.

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La Repubblica Popolare di Mongolia

La dominazione Manciù continuò per oltre due secoli fino a quando, sotto l’egida di un accordo stipulato tra lo zar di Russia e l’imperatrice cinese, sorse il nuovo stato della Mongolia. Tra il 1919 e il 1921 il movimento nazionalista proclamò la monarchia, ponendo sul trono il Bogdo Khan, ovvero la diciottesima reincarnazione di Taranatha, eminente lama della scuola Jonang, che governò riassumendo in sé il potere politico ed il potere religioso. Il dominio della chiesa mongola ebbe termine con la rivoluzione comunista del 1921. Dopo secoli di sudditanza dalla odiata Cina, i mongoli scelsero di “allearsi” con i sovietici, dai quali importarono tecnologie e modelli abitativi. Per meglio comprendere sia la portata che le motivazioni di quella scelta bisogna tenere presente il tipo di pressione che il popolo mongolo, assai esiguo per numero e forze, era stato costretto a subire dal vicino e popoloso impero cinese: una svolta radicale nella struttura sociale, con la proclamazione della Repubblica Popolare di Mongolia, sembrava garantire un taglio netto a tutte le ingerenze che la Cina da secoli imponeva. Era un tentativo di autonomia, per uscire dal “governatorato” cinese.
Purtroppo le aspettative vennero deluse e da provincia dell’impero cinese la Mongolia si trovò ad essere una delle tante colonizzazioni della nuova Unione Sovietica. Fu così che la tipologia amministrativa dei soviet venne travasata nel nascente Paese, i monasteri vennero distrutti con un accanimento quasi maniacale e al potere ecclesiastico si sostituì quello del partito. Vennero edificate zone ritenute idonee allo sviluppo industriale, le abitazioni cambiarono, anche se gradualmente (negli anni ’60 l’85% della popolazione di Ulaan-Baatar risiedeva ancora nelle gher, le tende dei nomadi).
Nel 1940 venne anche deciso di cambiare la scrittura passando dai caratteri classici dell’Uiguro, che erano stati adottati nel XIII secolo da Gengis Khan, ad una nuova trascrizione in cirillico dei fonemi della lingua mongola, la grafia tuttora in uso. Il vecchio alfabeto traeva le sue origini dalla scrittura dell’antica sogdiana, un'antica civiltà di ceppo iraniano che in differenti momenti della storia riunì i territori attorno a Samarcanda, Bukkara e Kesh Shahrisabz, una regione corrispondente al moderno Uzbekistan: l’utilizzo del cirillico fu un ulteriore tassello nel processo di integrazione che l’Unione Sovietica aveva disegnato per i mongoli.
Gli aiuti economici del “grande fratello”, come veniva chiamata fino a poco tempo fa la Russia, indussero l’abbandono del nomadismo trasformando molti pastori in impiegati ed operai abituati al fisso mensile. Già nel 1960, nella capitale e nelle città industriali si era stabilito il 23% della popolazione, per arrivare nel 2008 ad una concentrazione del 30% degli abitanti nella sola Ulaanbaatar.
Nel 1990, anticipando i tempi nel processo di dissoluzione dell’impero sovietico, il Partito Democratico Rivoluzionario proclama libere elezioni, aperte a tutti i partiti che in quel momento nascevano. Ma il crollo dell’Unione Sovietica travolse anche l’economia mongola lasciando dietro di sé malcontento e miseria, dai quali la Mongolia sta faticosamente emergendo, con un boom economico non scevro di contraddizioni.

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