Myanmar: Cultura

L'attuale cultura birmana è, come spesso accade, il frutto dell'incontro tra diverse etnie che sono emigrate in Myanmar nel corso di molti secoli, unite poi tra loro da un unico credo religioso, in questo caso il buddismo Theravada, che ha finito col permearle. La pratica religiosa svolge ancora un ruolo centrale nella vita degli individui, influenzando tutti gli aspetti della loro esitenza, ed è per questo che abbiamo deciso di dedicare molto spazio a questo argomento.


INDICE DELLA PAGINA


 

alt=

Lavoro di scultura

alt=

Mahamuni a Mandalay

alt=

Grotte di Pindaya

 

 

Le origini

La maggior parte della popolazione birmana è di origine himalaiana e migrando lungo il corso del fiume Ayeyarwaddy si è portata appresso linguaggi, regole sociali, conoscenze mediche ed abitudini alimentari. Dall’India sono invece arrivati  i cardini della religione e del governo, senza però il rigido sistema delle caste. Non trascurabile, infine, è stata l’influenza degli inglesi che hanno colonizzato per oltre un secolo il Paese, modificandone l’economia, l’agricoltura, il sistema giuridico e l’insegnamento.

(Torna all'indice)

 

 

Religione

Il buddismo approdò in Myanmar nel III secolo a.C. tramite i missionari inviati dall’imperatore indiano Ashoka, ma si radicò saldamente solo a partire dal VI secolo d.C. grazie all’influsso cingalese.
Il buddismo Theravada, praticato dall’87% della popolazione, conta circa 600.000 monaci ed è ispirato agli insegnamenti tradizionali che si basano sui sutra del Buddha, ovvero sui suoi discorsi, così come furono tramandati grazie alle trascrizioni eseguite dopo la sua dipartita. All’interno della tradizione birmana si possono individuare anche alcuni elementi del buddismo Mahayana e parti che si avvicinano all’induismo, in particolare per la sfera astrologica che è considerata fondamentale per decidere il momento opportuno per gli avvenimenti importanti della vita.
Nella pratica religiosa della gente si riscontra anche un connubio con l’animismo e lo spiritismo autoctono, dove i Nat, o spiriti dei defunti e della natura, svolgono un ruolo basilare. Un famoso proverbio birmano dice infatti: ”Adora Buddha, ma temi i Nat”.
La fede buddista è stata, fin da subito, un profondo elemento di coesione tra le diverse etnie birmane, permettendo loro di superare, nel corso della storia, tanti tragici accadimenti e, a tutt’oggi, costituisce uno degli elementi cardini dell’identità nazionale di questo Paese. Tutto questo è testimoniato dalle innumerevoli pagode che costellano il Paese, erette nel corso dei secoli da generazioni di fedeli: a chi desidera entrarci, viene chiesto di levare scarpe e calze, come fanno del resto i birmani, e questo contribuisce a far sì che anche i visitatori si immedesimino nell’atmosfera dei luoghi di raccoglimento e di preghiera.
Un aspetto interessante del mondo birmano, che fa comprendere un poco il rapporto che qui si ha con la dimensione religiosa, è l’abitudine che ha la maggior parte delle persone di prendere per un breve periodo i voti monastici e dedicarsi alle pratiche meditative di Anapanna e Vipassana, secondo le prescrizioni tradizionali: i voti possono essere presi anche solo per 24 ore, solitamente le persone lo fanno per almeno una settimana o comunque per quello che possono in funzione della loro vita lavorativa e familiare. In questo modo viene presa una piccola pausa dalla vita quotidiana che viene dedicata all’introspezione meditativa; per molti birmani questo avviene anche sovente. Il classico ritiro in silenzio e concentrazione, che dura 10 giorni, è ora divenuto anche parte del patrimonio dei Paesi occidentali grazie alla diffusione fatta da S.N. Goenka (www.dhamma.org) e Coleman, che appresero qui queste antichissime tecniche.
Questa prassi si aggiunge all’aspettativa sociale tradizionale che prevedeva che ogni maschio trascorresse due periodi della propria vita in un monastero: il primo come novizio tra i 10 e i 20 anni, ed il secondo come monaco dopo i 20. Ogni famiglia acquista grande merito quando uno dei suoi membri prende l’abito monacale e poiché i monaci vivono di elemosine, la mattina è normale vederli girare con la ciotola: quello che ricevono è l’unico pasto della giornata e lo devono consumare prima di mezzogiorno. Lo stesso vale per le monache, che indossano tonache rosa, ma non possono eseguire cerimonie per i laici.

(Torna all'indice)

 

 

Società

Le famiglie birmane sono di solito numerose e in una casa di due o tre stanze si possono radunare anche tre o quattro generazioni. Comunque sia, la nascita di una nuova creatura, indipendentemente dal suo sesso, è sempre accolta con gioia: i maschi ricevono maggiori attenzioni, anche se, una volta cresciute, spetta alle femmine il compito di occuparsi dei genitori anziani.
La vita nei villaggi inizia al mattino, con i monaci che girano per la questua: donando loro il cibo, le persone guadagnano meriti, mentre i monaci, ai quali non è permesso di lavorare, traggono il nutrimento per sostenersi.
Il ciclo annuale della vita segue quello delle stagioni, con tutti che si danno da fare per piantare il riso quando arrivano i primi monsoni estivi. Durante i mesi monsonici non si svolgono matrimoni, però non mancano i festival dedicati ai Nat, spiriti dei defunti e della natura.
Le donne hanno sempre avuto notevole importanza nella società birmana ed anche in passato potevano avere delle proprietà ed essere indipendenti economicamente. Nonostante questo, molte donne donano cibo ai monaci anche nella speranza di potersi reincarnare come maschi nella vita successiva perché, per motivi incomprensibili anche per chi ha studiato il buddismo, molti birmani ritengono che sia molto difficile, e alcuni addirittura impossibile, ottenere l’illuminazione e la liberazione dal ciclo delle rinascite con un corpo femminile.
Con riferimento alle donne, colpisce parecchio l’incontro con i Kayan, che sono parte della famiglia tribale dei Karen, e conosciuti in Occidente con l’appellativo di etnia delle ‘donne giraffa’ per via degli ornamenti utilizzati per allungare, anche esageratamente, il collo. Tradizionalmente, fin dall’età di cinque anni alle bambine venivano applicati pesanti anelli di ottone il cui numero aumentava con l’età, provocando nel tempo la deformazione di clavicole e vertebre cervicali ottenendo l’effetto del collo allungato - da cui il nome di “donne giraffa”. L’origine di questa pratica è molto antica, ma un vero significato non è ancora chiaro: si è ipotizzata  la funzione protettiva degli anelli dall’assalto delle tigri od anche solo una semplice funzione decorativa; alcuni antropologi collegano questa usanza alla tradizione animista locale che ha come simbolo un serpente avvolto intorno ad un cilindro. I Kayan stessi in effetti non sono troppo certi del motivo ma hanno perpetuato questa pratica fino ad oggi, quando sembrerebbe che le donne non siano più obbligate a subire questa tortura; anche se alcune giovani stanno proseguendo con questo costume, ma si dice che venga fatto per avere di fatto poi un “lavoro” dato che la loro presenza attira i turisti che pagano per fotografarle.

(Torna all'indice)

 

 

Arte e artigianato

Nel “Paese del sorriso” non si può non notare il contrasto che sussiste tra la vita di rinuncia dei monaci e lo sfarzo aureo dei tetti delle pagode, la preziosità delle immagini sacre ed i gioielli dei nobili.
Le lavorazioni orafe nel distretto di Mandalay sono tutt’oggi un vanto nazionale e la loro massima espressione la si trova proprio nei gioielli della corona dell’epoca reale di Mandalay, che possono essere ammirati nel museo di Yangon. Va infine ricordato che le pietre preziose della Birmania sono ambite dai gioiellieri di tutto il mondo.
Sempre a Mandalay si è sviluppata la fiorente scultura su pietra, con soggetti in massima parte legati alla cultura religiosa.
Rare sono le antiche e preziose statuette ricavate da un unico blocco di legno, mentre i recipienti di lacca, in primo luogo le scodelle per l’elemosina dei monaci, sono oggetto d’uso quotidiano. L’arte della lacca birmana vanta una lunga tradizione, probabilmente le tecniche di lavorazione sono giunte dalla Cina nel XI secolo, i primi reperti sono stati rinvenuti a Bagan e risalgono al 1270 circa. La lavorazione è molto complessa e la realizzazione di un buon recipiente di lacca può richiedere anche svariati mesi.
Anche la produzione di carta tradizionale, la tessitura e le decorazioni tessili hanno un ampio spazio; un’arte molto particolare è, ad esempio, la filatura fatta con i fiori di loto sul lago di Inle.

(Torna all'indice)

 

 

Teatro, danza e musica

Tra le arti drammatiche spicca lo “yokthe-pwe”, il popolare teatro delle marionette: per aggirare i ferrei precetti che regolano la pubblica condotta, si lascia fare ai pupazzi quello che è proibito fare agli uomini.
Le figure possono anche superare il metro di altezza, sono molto colorate e vengono mosse da oltre una dozzina di fili, le più particolari arrivano ad averne fino a 60. Le figure  rappresentano personaggi del Jataka (le raccolte di storie sulle vite precenti del Buddha storico) e del Ramakien (il poema epico thailandese ispirato alla mitologia induista).
Le danze tradizionali sono spesso pensate per rendere omaggio agli spiriti Nat; sono però poche quelle interamente autoctone, dato che molte sono state importate dalla Thailandia nel tardo  ‘700. Di solito sono le donne a danzare; vengono eseguite sequenze composte utlizzando i circa 2000 i movimenti di danza catalogati, che includono mosse particolari con, ad esempio, 13 solo per il capo, 28 per gli occhi e 9 per il mento.
La musica birmana può risultare ostica per un orecchio occidentale per via dell’armonia stretta e della sua ripetitività: inoltre è, per così dire, a “due dimensioni” nel senso che ritmo e melodia costituiscono la struttura principale, mentre la ripetizione è l’elemento chiave per sviluppare la struttura. C’è anche molta improvvisazione negli spettacoli popolari, il che accomuna questo tipo di musica al jazz.

(Torna all'indice)

Chiudi ×