Tibet: il Paese delle Nevi

Il Tibet ha sviluppato nei secoli una cultura con caratteristiche uniche e preziose; conoscerne almeno i tratti principali è importante non solo per un nostro arricchimento personale, ma anche per difendere questo fiore prezioso dalla scelleratezza dell'invasione cinese.

Il Tibet è entrato nell’immaginario dell’occidente grazie ai racconti ed alle immagini che ci hanno trasmesso molti ricercatori che si sono appassionati ai contenuti ed agli sfondi naturali di una civiltà che ha prosperato per secoli difendendo una dimensione che dalla lontana Europa sembrava essere oltre i confini della leggenda. Grazie a questo interesse culturale i tibetani hanno trovato nell’esilio il supporto e l’aiuto che ha consentito di preservare l’essenza della loro cultura. Quelli che non sono riusciti a fuggire o che hanno scelto di resistere alla brutale invasione cinese oggi stanno faticosamente cercando di ripristinare le proprie tradizioni, in un contesto di dominio dove la libertà di culto inizia ad essere tollerata dalle autorità a condizione che venga accettata l’imposizione di un ignobile falso storico: che il Tibet come entità non è mai esistito. Nonostante questa situazione la maggioranza dei tibetani riesce a manifestare un incredibile spirito di serenità e devozione, che consente ai visitatori più sinceramente interessati di incontrare la loro magnifica civiltà. I luoghi più famosi ci comunicano la grandezza che fu espressa sul “tetto del mondo" e fortunatamente la devastazione delle Guardie Rosse ha risparmiato alcune opere preziose, come il Kumbum o il Tashilhumpo; mentre in alcuni siti meno conosciuti si gode ancora dell’aura che ha permeato questo mondo.


INDICE DELLA PAGINA


 

 

Tibet, terra di una mitica cultura

I vasti altopiani del Tibet sono stati fonte di leggende e miti per le culture dell’Asia centrale, dell’India e della Cina fin dalle loro origini. Molti dei fiumi principali di queste regioni nascono sul “Tetto del Mondo? e irrompono attraverso profonde gole nelle pianure irrigando le terre fertili che vanno dal Pakistan all’India, all’estremo oriente e alla Cina. La cultura vedica indiana, matrice delle grandi religioni d’oriente, vide nei maestosi corsi d’acqua il sostegno della vita agreste e individuò nelle loro sorgenti, tra le vette himalaiane, anche la dimora delle entità divine. Secondo questa mitologia si ritiene che lassù, ai bordi meridionali del grande altopiano, fosse collocato il luogo da cui giunsero i saggi rishi che portarono agli esseri umani le conoscenze necessarie all’evoluzione verso il bene e all’emancipazione dalla sofferenza. Questa visione archetipa nel corso dei millenni è stata espressa in molte forme nelle diverse culture degli imperi asiatici che si sono succeduti attraverso le vicende della storia. Alcune di queste interpretazioni iniziarono a giungere in occidente attraverso i racconti degli esploratori e, dal XIX secolo, grazie al lavoro di ricerca di una ristretta cerchia di studiosi, la nostra cultura iniziò ad essere irrorata da un crescente insieme di frammenti di queste filosofie, come troviamo ad esempio negli scritti di un referente culturale dello spessore di Arthur Shopenhauer o in un padre del pensiero moderno come C. G. Jung. Le radici più antiche del mondo tibetano sono frammiste alla leggenda ed alla mitologia trasmesse per tradizione orale. La scrittura venne introdotta solamente dopo l’VIII secolo, con una modalità unica nella storia dell’uomo: un impero fondato da ferocissimi guerrieri che terrorizzavano l’Asia, famosi per una determinazione indomabile che li portava a cercare la morte in battaglia, venne trasformato per scelta. Il re diede incarico a degli eruditi di creare una lingua scritta con lo scopo di tradurre fedelmente i testi sacri del buddismo ma che potesse, partendo dal sanscrito, seguire una fonetica tibetana. Vennero invitati per un dibattito i saggi delle scuole buddiste indiane e cinesi e dopo un attento esame venne deciso che gli insegnamenti delle università monastiche indiane presentavano i requisiti di consistenza logica più validi pur mantenendo la potenzialità di produrre negli adepti dei forti poteri psichici. Iniziò così un processo di adozione culturale senza precedenti, condotto dai tibetani su se stessi con l’aiuto di un buon numero dei più grandi yogi e maestri indiani. Da quei lontani tempi la storia del Tibet venne caratterizzata da un alternarsi di vicende dinastiche e di alleanze esterne, dove ebbero un ruolo predominante i mongoli, con un’altalena di confronti anche per il potere temporale degli ordini monastici, ma preservando tra alterne vicende un modo di vivere relativamente tranquillo per la gente, che poté praticare gli ideali delineati dalla nuova cultura importata dall’India. In questo peculiare contesto vi furono innumerevoli casi di persone di umile origine che divennero figure di riferimento grazie allo sviluppo delle proprie qualità spirituali. Il Tibet continuò così fino al XX secolo, senza preoccuparsi troppo di ciò che avveniva nel resto del mondo. (Per un approfondimento, vedere Tibet: Storia e cultura).

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Conoscenza della cultura tibetana

Fino agli anni ’50 il Tibet è rimasto un’entità staccata dal divenire del mondo, un luogo chiuso all’accesso esterno, dove solo gli inglesi, che ai confini meridionali dominavano l’India, erano riusciti a imporre per un periodo un minimo contatto. Rari viaggiatori erano riusciti a penetrarvi riportando racconti che davano molto spazio a speculazioni fantasiose e stimolavano gli appassionati delle ricerche esoteriche, elaborando ad esempio il mito di Shangrila. Fu solo nel secolo scorso che alcuni studiosi imparando il tibetano riuscirono a decifrare in modo più serio le misteriose simbologie che erano rappresentate nell’arte figurativa; tra questi Giuseppe Tucci e David Snellgrove furono tra i più importanti. Il testo di H. Richardson e D. Snellgrove, tradotto in italiano con il titolo “Tibet", rimane a nostro avviso l’opera più autorevole ed esauriente per avere un quadro d’insieme iniziale della storia e della cultura tibetane, pur tenendo presente che il prof. Snellgrove ha criticato la qualità della traduzione che è stata eseguita. Ma un vero accesso alla cultura del Tibet è stato possibile solo dopo l’invasione cinese grazie agli sforzi che gli esuli tibetani, guidati da S.S. il XIV Dalai Lama, hanno fatto per diffondere la conoscenza del loro mondo nell’eroico tentativo di preservarla e non lasciare che cadesse nell’oblio per sempre.
L’invasione cinese è stata devastante: su una popolazione tibetana stimata in circa 7 milioni nel 1950 circa 1.200.000 persone sono state uccise, circa 300.000 sono in esilio, gran parte delle persone di riferimento culturale sono perite o fuggite e la quasi totalità dei reperti artistici distrutta. I profughi tibetani con grande sforzo hanno mantenuto in vita le tradizioni artistiche e artigianali e la comunità monastica in esilio ha preservato la quasi totalità dei preziosi testi sacri e continuato ad applicarsi alle pratiche meditative necessarie alla loro piena comprensione. Questa conoscenza costituisce un prezioso patrimonio dell’umanità, un’eredità rara, molto importante per le religioni orientali: l’intero scibile delle antiche università monastiche indiane di Nalanda, Odontapuri, Vikramasila e Somapuri, distrutte dai musulmani nel XIII secolo, era stato infatti tradotto e conservato nel Paese delle Nevi. La lingua tibetana oggi è parlata anche da alcuni occidentali, giapponesi ed altri, e molti tibetani conoscono anche delle lingue europee; quindi lo studio, la traduzione e una corretta analisi di questo vastissimo patrimonio inizia ad essere possibile.

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Un Tibet libero?

In Tibet la situazione permane molto difficile. I cinesi oggi sono in maggioranza numerica in tutte le principali città, Lhasa compresa, grazie ad una deliberata politica di invasione. E’ stata incentivata l’emigrazione dei cinesi in Tibet offrendo agevolazioni e stipendi migliori ed è stato imposto l’utilizzo della loro lingua. L’aspetto peggiore di questa politica è ora attenuato; sembrerebbero infatti terminati gli interventi di sterilizzazione forzata dei tibetani e, se pur con pesanti controlli, viene consentita la pratica religiosa. In molte zone pastorali proseguono le politiche di insediamento forzato dei nomadi, ma spesso senza un gran successo grazie al carattere particolarmente tenace di questi: nel Kham spesso le case del governo restano vuote; ma le autorità escogitano diverse forme di pressione per cui nel tempo questo processo sta pian piano erodendo il tessuto sociale di queste popolazioni. In alcune scuole viene utilizzato anche il tibetano, ma la lingua non viene studiata nelle scuole superiori, rimanendo così di fatto un idioma che nelle intenzioni degli invasori è destinato ad essere per gli emarginati, e nell’accesso al lavoro sono favoriti i cinesi. Ogni tibetano che desidera costruire una propria posizione professionale, aspirare al successo nelle organizzazioni statali o semplicemente avere una propria attività è costretto ad adeguarsi alla lingua ed ai costumi cinesi.
Il Tibet è inserito nel contesto di una nazione cinese in fase di formidabile espansione. La ferrovia è ora giunta a Lhasa, favorendo un’accelerazione del progetto di assimilazione che è in corso. Già nell’estate del 2006 i treni scaricavano a Lhasa una media di 4000 cinesi al giorno: il Tibet sta così diventando un’importante meta del turismo interno. A Lhasa è ormai abituale vedere coppie cinesi in viaggio di nozze che si fanno fotografare davanti al Potala e se si prende un taxi è molto probabile che l’autista, quasi sempre cinese, non riconosca neanche il nome della cattedrale di Lhasa, "Jokhang"! Se 1 cinese su 1000 decidesse di andare in Tibet… sarebbero un milione e mezzo di turisti all’anno! Per i cinesi il Tibet è una meta importante, un luogo avvolto in un’aura di magia e permeato da un senso d’avventura, dove hanno avuto luogo molte delle loro vicende mitologiche. Prima della rivoluzione l’imperatore stesso ospitava dei monaci tibetani a corte perché questi venivano considerati i maggiori esperti per lo sviluppo di qualità e poteri spirituali; fu un imperatore di origine mongola che conferì il titolo di “Oceano di saggezza" (traduzione di ‘Dalai Lama’) al principale Lama del Tibet.
A fronte della situazione oggettiva la maggioranza degli esuli è oggi pragmatica e auspica semplicemente che la gente di etnia tibetana possa trarre anche un vantaggio dallo sviluppo che è in corso, vivere una vita più serena e usufruire della libertà di culto, obiettivi questi che potrebbero non essere lontani. Il problema principale sta ovviamente nel grado di tutela ed autonomia della cultura, e gli sforzi maggiori sono in questa direzione; S.S. il XIV Dalai Lama ha da tempo espresso ufficialmente questa posizione, chiedendo al governo cinese uno statuto autonomo più corretto di quello attuale. Rimane irrisolto anche il problema della definizione di “Tibet", in quanto secondo i cinesi l’Amdo e la maggior parte del Kham non vi apparterrebbero.

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Prospettive per il futuro

Nel quadro dell’attuale divenire non tutto sembra negativo, ci sono ad esempio molti segnali di una ripresa di interesse nella cultura religiosa da parte degli stessi cinesi; ormai non è raro trovare monaci cinesi in pellegrinaggio nei luoghi sacri del Tibet e alcuni si fermano nei monasteri per studiare. Ciò comporta un certo rifiorire dei centri monastici principali, per i quali (anche per l’attrattiva turistica) in alcuni casi vengono stanziati fondi per la ricostruzione. Ad esempio, il grande reliquiario d’oro dell’ultimo Panchen Lama custodito al Tashilhhumpo a Shigatse è stato realizzato con una grande quantità di oro che fu trafugata e recentemente restituita per questo scopo dalle autorità di Pechino. Anche lo storico monastero di Samye è stato ricostruito con l’aiuto dello stato, e lo stesso accade in molte altre località. Molti di questi luoghi di culto, se pur ricostruiti, pulsano di grande forza spirituale perché sono restaurati o rifatti fedelmente rispettando le antiche proporzioni e nei luoghi individuati dai Lama. Soprattutto, sono vitalizzati dalla prodigiosa devozione dei tibetani che, nonostante il metodico, pervasivo tentativo di lavaggio del cervello proseguito in modo spietato ed ininterrotto per più di 50 anni che è tutt’ora in corso, appena è stata loro concessa l’espressione di culto si sono precipitati ad affollarli esprimendo una fede apparentemente inossidabile facendo prostrazioni, recitando incessantemente i mantra, accendendo lumi ad olio o alimentati con il burro di yak, offrendo le sciarpe rituali, circumambulando i siti e toccando con la fronte altari, troni e piedestalli.
Per comprendere la forza d’animo di questa gente si pensi ad esempio che a Gaden, nei pressi di Lhasa, il monastero e il grande reliquiario di Lama Tsong Khapa furono demoliti a cannonate dalle guardie rosse. Appena fu possibile i contadini dei vicini villaggi si recarono tra le rovine e passarono la polvere e le macerie granello per granello per trovare almeno alcune reliquie del Santo, riuscendo nel loro intento! Oggi il sacro Stupa è stato ricostruito, e almeno una parte delle reliquie è tornata al proprio posto.
In Tibet ci sono anche moltissimi eremi e piccoli monasteri che sono stati riattivati senza aiuti ufficiali, dove monaci e asceti cercano di mettere in pratica gli insegnamenti esoterici tradizionali. Una delle difficoltà che queste persone straordinarie hanno avuto è stata l’assenza di maestri qualificati, perché quasi tutti i Lama detentori di lignaggi iniziatici sono dovuti fuggire o sono stati uccisi. In tempi più recenti un contatto con i maestri sopravvissuti e i loro discepoli è diventando un po’ più facile e si riescono ad ottenere in vari modi molti testi sacri, di cui alcuni vengono ora stampati anche in Tibet. Ma non deve essere menzionato in alcun modo S.S. il XIV Dalai Lama; una soluzione c’è: sui troni nei templi del Tibet troverete ovunque la rappresentazione di una delle forme pure di Avalokiteshvara. Per i devoti è esattamente la stessa cosa, è come avere esposta una foto del Dalai Lama; ma gli oppressori questo non possono capirlo. Un ulteriore passo avanti si riscontra recentissimamente nelle regioni dell’Amdo e del Kham inglobate nelle varie province cinesi, dove i monaci oggi a volte si azzardano ad esporre la Sua foto.
Per quanto riguarda le opere d’arte purtroppo la maggior parte è andata distrutta, tranne in alcuni luoghi che furono difesi dall’esercito dalle devastazioni delle guardie rosse, tra cui il Potala, Tashilhumpo, il Kumbum di Gyantse, ecc. Molti affreschi però furono salvati perché i luoghi di culto furono usati come granai e magazzini e i tibetani usavano ammonticchiarvi le cose in modo da proteggerli. Alcune statue preziose, testi sacri ed altri oggetti furono sotterrati o nascosti in luoghi segreti e qualcuno di questi è riemerso ed è visibile. Così il viaggiatore attento è ancora in grado di trovare moltissimi reperti originali.

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Visitare il Tibet

Il Paese delle Nevi presenta una realtà complessa ed in evoluzione. Troviamo un gran numero di siti classici, parte del patrimonio del mondo che ogni appassionato di viaggi non può rinunciare a vedere, oltre ad una grande varietà di siti di enorme interesse più specificamente culturale. Lontano dai centri principali la presenza dei cinesi non incombe e in tutte le zone nomadiche, che rappresentano la gran parte del territorio, è poco invasiva. Un modo molto interessante per rivivere lo spirito dell’antico Tibet è ad esempio quello di seguire uno dei circuiti di pellegrinaggio nei luoghi sacri che impreziosiscono da sempre questa terra.
Un parola a parte merita lo splendore e la varietà degli scenari naturali, che sarebbero di per sé motivo sufficiente per visitare il Tibet; in queste pagine trovate molti riferimenti a questo aspetto e nella galleria fotografica le immagini cercano, di dare un’idea della incomparabile bellezza del Tetto del Mondo.

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